Vincenzo De Palma ci riferisce di una sua attività in Carife svolta negli anni 1947-1950.
A Carife, negli anni compresi nell’intervallo 1947-1950, vi era chi, con pochi attrezzi produceva il torrone, si trattava di una modesta attività di trasformazione con un prodotto finale di tutto rispetto. La ditta aveva per nome “ Rinomata Ditta - Fabbrica di torrone di Di Palma Vincenzo – Carife (Avellino)”.
Sentiamo Vincenzo Di Palma:
“La sede era in piazza San Giovanni ove attualmente è “ La schiuffia”, imparai il mestiere da mio suocero, De Angelis Alfonso che aveva l’attività sulla strada rotabile ove attualmente è posizionato il bancomat e la pensilina per i pulmann di linea.
Mio suocero morì giovane, all’età di 38 anni; gli uscì una bollicina vicino ad una gamba, si recò ad Ariano Irpino ove le venne asportata chirurgicamente da un medico
Chissà cosa accadde dopo, fatto sta che si formò una gangrena all’arto interessato e morì.
Mia suocera mi invitò a continuare l’attività della famiglia e così iniziai.
I torroni da noi prodotti giungevano persino in Puglia, a Foggia, a Ruvo del Monte ecc., io, personalmente mi recavo con una bancarella ai mercati e nelle feste paesane portando a conoscere a tutti torroni di tutti i colori, alla mandorla, alle nocchie, persino alle noccioline americane. L’ostia utilizzata sulla superficie veniva comprata a larghi fogli; io, durante la produzione utilizzavo solo il miele e qualche goccia di cannella, mai lo zucchero. Il miele lo comparavo e ricordo che era di diversa qualità: all’acacia, alla castagna ecc, vi erano parecchi tipi di miele in giro. L’impasto, ricordo era formato da bianco d’uovo sbattuto a neve e miele, il tutto veniva posto in una caldaia di rame col fondo spesso tre dita messa in bagno maria su un braciere per sette ore girando continuamente l’impasto con una pala di legno. Dopo le sette ore di cottura venivano aggiunte le mandorle tostate e dopo poche girate si toglieva dal fuoco la caldaia e si lavorara l’impasto a caldo aggiungendo sette – otto gocce di vaniglia e altrettanto di cannella, altrimenti, se si tergiversava troppo, si induriva e non poteva più essere tagliato. Nel 1950 chiusi l’attività e peccato che non portai con me a Roma questo mestiere.”.