Gli elementi del paesaggio nel
quale siamo nati e cresciuti rimangono scolpiti in noi e, come i ricordi, ci
accompagnano per tutta la vita. Ovunque ci troviamo, se chiudiamo gli occhi,
siamo in grado di ricordare e di
ricostruire il profilo ed il contorno di
quanto abbiamo visto fin da quando siamo nati, e non possiamo non provare
particolari sensazioni e sentimenti di grande nostalgia o malinconia, quando,
per un motivo o per un altro, ne siamo lontani.
Se il paesaggio potesse parlare ci
racconterebbe dei nostri antenati, di noi da bambini, delle nostre gioie e
delle nostre tristezze, delle nostre ansie e delle nostre paure, dei nostri
primi amori, dei nostri successi e dei nostri insuccessi, di tante emozioni
condivise con noi, dei nostri stati d’animo che ce lo hanno fatto apparire
sempre diverso nel tempo…

La montagna di Carife vista dalla Pietra del Pesco.
Quanti ne hanno visto partire i
nostri monti! Pieni di progetti, di speranze spesso deluse… se potessero
parlerebbero delle case che hanno visto crollare, tremando con noi, delle
ferite che noi abbiamo impresso sui loro fianchi, ad essi che ci donano
l’acqua…
Hanno accompagnato con il loro
sguardo amorevole i nostri cari all’eterno riposo ed accompagneranno un giorno
anche noi...
Hanno cambiato il loro vestito ad ogni
stagione. Protettivi e rassicuranti, fanno barriera contro i gelidi venti del nord, che
s’infrangono sulle loro cime irte di querce e castagni, mentre a noi arriva
il solo rumore…
D’estate il sipario di monti alle
nostre spalle indossa il suo vestito più bello: si tinge di bianco e di giallo
e ginestre e robinie mandano giù zaffate di profumo, ad inondare il paese e le
anime.
Via Belvedere poi è un palco che si
affaccia sulla valle Ufita: da est ad ovest un paesaggio riposante ti allarga
lo spirito e ti fa sentire contento di essere nato in questo posto. Lo sguardo
scende rapido a valle per serre e valloni, si riposa un attimo e poi risale, si
arrampica a Guardia, a Frigento e poi di nuovo giù, verso Grotta. Puoi vedere i monti Picentini con il
lago Laceno, la montagna di Nusco e quella di Chiusano, e poi ancora
Montevergine, il Taburno e, se non c’è foschia, il tuo sguardo può spaziare
fino al Matese e alle innevate montagne molisane: uno scenario imponente, uno spettacolo
davvero inebriante e riposante…

“La Pietra del Pesco” ha un
posticino privilegiato nel cuore di ognuno di noi: è una parte insopprimibile
ed importante del paesaggio che abbiamo sotto gli occhi da sempre. Una stradina
parte dal fiume Ufita e ci invoglia a
salire, a vedere da vicino di cosa possa trattarsi.

LA PIETRA DEL PESCO E I RUDERI DEL CASTELLO.
Siamo nel territorio di Frigento,
ad est del centro abitato, sul versante sinistro del Fiume Ufita. Sono presenti
diversi ammassi rocciosi calcarei, di cui uno di dimensioni notevoli. Il
termine “Pesco” , dato alla zona, indica, in area meridionale, un luogo
caratterizzato da grossi massi o da spuntoni di roccia affioranti dal terreno:
essi hanno dato il nome a diversi toponimi o luoghi di località, come
Pescopagano, in provincia di Potenza, Pescocostanzo, in provincia de L’Aquila,
Pescosannita, in provincia di Benevento, Pescolanciano, in provincia di
Isernia, ecc..
Su uno dei dirupi più scoscesi e di
dimensioni maggiori c’è un cospicuo rudere di un fortilizio (o forse di una
torre semaforica o di avvistamento), che una volta occupava l’intera sommità
della pietra. Potrebbe trattarsi però anche di un piccolo castello, quello di
Sant’Angelo al Pesco, citato da alcune fonti.
Il sito è stato spogliato, nel corso dei secoli, dei materiali che potevano essere riutilizzati e soprattutto delle pietre squadrate e degli elementi architettonici, come spesso succede in questi casi. Ci troviamo nel bel mezzo di una zona disabitata e nei fori usati per le impalcature nidificano ora falchi e corvi, che conferiscono al luogo un aspetto selvaggio e molto suggestivo. Alla costruzione, molto verosimilmente, così come avveniva in altre analoghe strutture meglio conservate, non si accedeva mediante scalinate solide o fisse: veniva usata una scala di legno o calate delle corde, che venivano ritirate dopo l’uso

Il castello/fortilizio s’inseriva davvero armoniosamente nel
paesaggio, non alterandone nemmeno in parte la bellezza selvaggia.
I muri, assai spessi e massicci,
sono stati costruiti con pietra reperita sul posto e tenute insieme da una
malta di buona qualità: essi hanno uno spessore che varia da un metro ad un
metro e sessanta. Si notano alla base di alcuni dei muri, delle riseghe che
fanno ipotizzare una ricostruzione su resti più antichi; esse però potrebbero
essere state realizzate anche al fine di vincere alcuni strapiombi eccessivi
della roccia e per conferire una forma regolare agli ambienti.
La facciata nord-ovest, la meglio
conservata, presenta sulla sinistra dell’ingresso una struttura muraria davvero
massiccia. L’ambiente, di poco più di cinque metri quadrati, ha una forma
rettangolare e il muro di sinistra è spesso oltre un metro e mezzo. Forse
proprio qui si ergeva la torre di avvistamento e di osservazione di quanto
avveniva nella sottostante valle dell’Ufita, che doveva essere controllata.
Nella base della torre, visto che
era intonacata, si doveva trovare con ogni probabilità una cisterna per la
raccolta delle acque piovane da riutilizzare per il fabbisogno del castello, poiché
nella zona non vi sono sorgenti.

Il
piccolo ambiente rettangolare, forse la base della torre, utilizzato anche come
cisterna.
A sinistra della costruzione, verso
nord, si notano resti di un corpo aggiunto, forse in un secondo momento: è
percorso, in senso verticale, da uno stretto cunicolo che doveva servire per lo
scarico di acque sporche e forse anche dei liquami delle latrine. Il corpo è
separato dal resto della costruzione.

Il corpo aggiunto sul lato nord.

Particolare
della porticina sul lato nord
C’è poi un ingresso, largo circa
tre metri, con soglia notevolmente più rialzata rispetto al piano campagna. Si
notano ancora, lateralmente, gli incastri ed i punti di appoggio delle
travature e degli stipiti della porta.

La porta d’ingresso al fortilizio/castello.
Nei successivi dodici metri di
facciata, che costituiscono il lato lungo di un ambiente largo circa sette
metri, si affacciano due feritoie larghe una quindicina di centimetri: esse
sono la parte esterna di due finestre fortemente strombate verso l’interno
dell’ambiente.
Le due finestre sul lato sud, che è
il più alto rispetto al piano della campagna circostante, sono strombate verso
l’interno e verso l’esterno e, al centro del muro, si riducono ad una feritoia
larga quanto le precedenti.
La doppia strombatura permetteva di
allargare notevolmente il campo visivo: chi vi guardava attraverso poteva ben
spaziare con la vista e sorvegliare i movimenti o le presenze verso destra e
verso sinistra.
Nell’ambiente non vi sono tracce di
pavimentazione: è lecito ipotizzare la presenza di travature a sostegno del
pavimento e che gli spazi vuoti sottostanti fossero utilizzati anch’essi come
cisterna. Uno scavo potrebbe fornire sicuramente maggiori indicazioni.

Le finestre strombate del lato sud

Resti di una delle due finestre
strombate sul lato ovest.
Sugli altri due lati di questo
ambiente sono state ricavate nel muro delle nicchie, alte circa due metri e
larghe circa sessanta centimetri. Sono sormontate da un piccolo arco a sesto
acuto e forse venivano utilizzate come stipi a muro o come armerie.

Le due nicchie ricavate sul lato
nord.
Si ha la netta impressione che il
piccolo castello sia stato eretto in questo modo per controllare ed osservare,
senza essere visti, un confine che si snodava lungo una direttrice
nord-est-sud. Il “Miles” (milite) e la sua “famiglia”, incaricati di
sorvegliare la valle dell’Ufita, chiaramente visibile fin oltre Bonito,
dovevano evidentemente sentirsi sicuri e protetti dal lato est. Tutto ciò
sembrerebbe confermare che il confine da difendere correva lungo il “Vallone di
Macchia di Panno”, nel comune di Guardia dei Lombardi.
La presenza di numerosi resti
ceramici, sparsi per un lungo raggio tutt’intorno alla “Pietra”, fa ipotizzare
la presenza di qualche abitazione, dislocata nei dintorni. I frammenti di
ceramica documentano inoltre la frequentazione del sito dalla preistoria al
periodo sannitico. Cospicua appare anche la presenza di tegoloni di argilla di
forma rettangolare e con i bordi rialzati: servivano per le coperture delle
case e potevano essere anche utilizzate per costruire le tombe “alla
cappuccina”, in uso fino al medioevo inoltrato.
Questa struttura, nel suo
complesso, ricorda quelle che si trovano nel Comune di Calvi, in provincia di
Benevento e in località “Ponterotto” del Comune di Apice.
L’architettura è quella tipica del
periodo di Federico II ed i resti ceramici, esaminati dal Prof. Paolo Peduto,
docente dell’Università di Salerno, non sono successivi al XIII secolo.

IL LATO SUD DEL CASTELLO/FORTILIZIO.

IL LATO DA CONTROLLARE E DIFENDERE.
ED ORA UN
PO’ DI STORIA…
Chi volesse tracciare un quadro
attendibile delle vicende storiche attraversate dalla nostra Irpinia nell’alto
medioevo non si troverebbe ad affrontare un’impresa facile: le fonti che facciano esplicitamente
riferimento a questa terra sono assai avare.
Lo studioso Nicola Gambino sostiene che il
Ducato di Benevento “iniziando dall’Ufita
saliva per un vallone (Macchia di Panno? N.d.r.)comprendente la grande roccia del Pesco. Poi saliva attestandosi sulla
cima del Monte Forcuso e di qui discendeva per comprendere la montagnola di
Rocca San Felice e si snodava lungo il torrente Fredane”.
La zona fu poi conquistata dai
Normanni, che vi costruirono i loro castelli: Ariano Irpino, Trevico, e forse
anche il nostro fortilizio/castello del Pesco.
Nel 1075 Roberto il Guiscardo dona
all’abate del monastero di Santa Sofia in Benevento il castello di Sant’Angelo
al Pesco, sul confine di Frigento, con il territorio circostante: si tratta con
ogni probabilità della zona che comprende il nostro rudere e la “Pietra del
Pesco”.
Nel Catalogo dei Baroni troviamo
nuovamente citato il nostro piccolo castello e alla fine del XII secolo esso
doveva essere sicuramente un valido posto di guardia, al di là del fiume Ufita,
a controllo dei traffici, dei movimenti e degli interessi di Roberto il
Guiscardo.
Dopo tale periodo non si hanno più
notizie del nostro sito. Presumibilmente iniziò proprio allora la sua
decadenza, in quanto non rappresentava più una posizione strategicamente
importante. (Sull’argomento vedi anche un articolo di M. De Luca in VICUM).
Una ricerca archeologica
sistematica potrebbe sicuramente offrire momenti ed elementi di maggiore
certezza, atti a squarciare il mistero e l’alone leggendario che circonda
ancora oggi la nostra “Pietra del Pesco” ed il suo castello.
Numerose e colorite sono le leggende fiorite intorno alla “Pietra del Pesco”: c’è chi sostiene che il posto è abitato dai diavoli e c’è chi giura addirittura di averli visti entrare ed uscire di corsa dai numerosi anfratti della roccia calcarea. Ma si trattava forse semplicemente di timidi , impauriti e setolosi tassi, che si rifugiavano nelle loro tane al primo rumore e ancora presenti nella zona.
C’è poi chi vi ha cercato, e talvolta vi cerca ancora, ricchissimi e favolosi tesori lì nascosti dai briganti, che infestavano tutta l’area, soprattutto tra il 1850 ed il 1870.
Un’altra leggenda, forse la più suggestiva, considera il rudere un’opera incompiuta, abbandonata da un frate che voleva erigervi un eremo solitario: fu svegliato dal canto furibondo di un galletto impertinente e, pensando che il luogo fosse abitato, fuggì via.
Gli abitanti di Sturno e quelli di Frigento pensano invece che il loro due santi protettori, San Michele e San Marciano, provengano proprio dal nostro castello…
Intanto sarebbe opportuno tutelare meglio il sito, prevederne un restauro conservativo ed un consolidamento, per impedire che le ingiurie del tempo cancellino per sempre un’altra preziosa ed importante testimonianza della nostra storia e del nostro ricco patrimonio culturale.

LA ZONA DELLA PIETRA DEL PESCO
IN…BIANCO.
VEDUTE DELLA E DALLA PIETRA DEL
PESCO
















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PROF.RAFFAELE LOFFA
Già docente di lettere presso la scuola media di Carife.