Carife, sabato 22 Novembre 2008.
CONVEGNO “ A 28 ANNI DAL TERREMOTO – ANALISI ATTRAVERSO LA MEMORIA”
RELAZIONE INTRODUTTIVA di Raffaele D’Ettorre, moderatore dell’occasione.
Desidero, preliminarmente, rivolgere un saluto ai promotori di questa iniziativa.
Un grazie sincero per questa importante e sentita occasione. 28 anni fa, Carife, assieme ad un vasto territorio, subì le conseguenze di un disastroso terremoto; quell’evento modificò per sempre la morfologia del paese ma soprattutto gradualmente ci allontanò gli uni dagli altri. Vi era un intenso legame all'interno della comunità e tra la comunità ed il territorio e questo legame rappresentava un carattere forte della nostra identità.
La comunità aveva attraversato gli anni sessanta e settanta affrontando problemi profondi e gravi, l’emigrazione anzitutto e con diverse ondate; la mancanza di lavoro e soprattutto la debolezza delle prospettive di sviluppo spingeva persone sole e intere famiglie a lasciare dolorosamente la propria terra portandone solo il ricordo nel cuore. Quasi tutti questi emigranti conoscevano solo il dialetto e solo attraverso questo, comunicavano fra loro e con grandi difficoltà comunicavano con gli altri. le nostre aree erano classificate all’epoca come aree bisognose di sostegno e di assistenza. Chi rimase dovette arrangiarsi e continuare il lavoro dei padri, il lavoro di campagna, con l’aiuto dei parenti, degli amici e coi pochi mezzi a disposizione vivendo con sofferenza il distacco dal padre, dal figlio, dal marito emigrato.
Eravamo legati al nostro paese, ai nostri vicoli, ai nostri rioni, alle nostre abitazioni. Nel 1961 eravamo circa tremila abitanti, nel 1971 circa 2.500, nel 1981 eravamo 2162. Le scuole elementari avevano tre sezioni a testimoniare il buon numero di bambini presenti. Delle nostre umili case conoscevamo gli angoli più remoti. Sino agli anni settanta si nasceva ancora a Carife, quelle case avevano accolto i nostri primi vagiti, i loro spazi angusti avevano accolto i nostri giochi, quelle mura ci ricordavano le diverse fasi della vita trascorsa. Non ci sono più. La casa paterna, la casa natia scomparse. Il grave terremoto del 1980, che provocò vittime e danni materiali enormi, segnò una svolta profonda delle nostre abitudini; le nostre tradizioni artigianali quasi del tutto scomparse. Venne cancellato il passato. Quella sera del 23 novembre chi alzò lo sguardo verso ovest prima delle 19,35 ebbe modo di ammirare un tramonto rosso diffuso bellissimo, chissà per quanti quel tramonto fu l’ultima immagine a stamparsi negli occhi prima del buio. Ore 19,35 - 90 secondi di scuotimento della terra, un boato terrificante annunciò la forza della scossa tellurica, si interruppe la luce elettrica e poi cumuli di polvere, macerie e grida dei sopravvissuti. Iniziava una nuova interminabile notte. Solo i contorni delle colline e la strada rotabile erano rimaste gli stessi, per il resto tutto cambiato. Il dolore è un sentimento che genera solidarietà e così giunsero i soccorsi da tutte le parti d’Italia, vennero accolti da fango e freddo gelido i soccorritori e noi dalle notti all’ddiaccio sotto tende approntate alla buona in attesa delle famigerate scosse di assestamento passammo alle roulette quindi ai prefabbricati. Chi credeva nella immortalità delle meravigliose opere umane dovette ricredersi. La stampa, nel descrivere la catastrofe parlò di paesi-presepi distrutti, luoghi dove permanevano intatte terra, agricoltura , civiltà contadina e cultura contadina. Un giornalista affermò:” ho sentito vibrare la fierezza ed il coraggio di una popolazione abituata ad affrontare con animo forte e paziente le dure vicende di un’esistenza non facile.”
Il terremoto dell’80 è ancora sentito anche in chi da Carife, per necessità vive altrove. Hanno scritto sul nostro sito web alcuni pensieri in proposito:
“ Nel 1980 io non ero ancora nata, ma ho vissuto in parte, il dolore di quel triste evento, negli occhi delle persone che mi hanno narrato la difficoltà di rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo. E' grazie a loro che Carife è potuta risorgere.”
“… quello che manca (anche a chi a Carife ci vive) sono certe sensazioni, certi odori, certe emozioni che non potranno mai più tornare, non solo per l’essere divenuti adulti ma quanto per quella irrimediabile frattura del terremoto che ha cancellato in un sol colpo quei posti magici ed unici che facevano provare quelle sensazioni e che ha profondamente cambiato anche il nostro modo di vivere. Tutto di quel periodo è andato distrutto. .. ho il ricordo, traumatico, indelebile di una pala meccanica che impietosamente abbatte e rade al suolo case pericolanti. Era bello, era tutto meravigliosamente bello ed è triste, profondamente triste, tornare e vedere che non c’è più quell’odore, quei suoni, quei colori. Oggi hanno ricostruito dando a quelle case dei colori vivaci che non appartengono loro. Chi le ha fatte ricostruire in quel modo e con quei colori ha voluto, sicuramente in buona fede, coprire la piaga più profonda del nostro vissuto, non sapendo che, invece, distruggeva la possibilità di vedere quelle pietre sulle quali tenere salde le nostre radici.”
Questo il loro pensiero.
Ci sono voluti anni per costruire o riparare case, scuole, chiese e purtroppo senza alcuna armonia con l'ambiente e il territorio. Sono migliorati i servizi, le comodità. Abbiamo strade che ci consentono di raggiungere le città più prossime in 40 minuti. Noi nò noi siamo vicini ma non riusciamo a raggiungerci. Quest’anno sono venuti in missione nel nostro paese alcuni Francescani dall’Umbria, hanno girovagato a lungo bussando alle porte di tutti, il loro resoconto fu dichiarato pubblicamente in Chiesa la sera precedente la ripartenza: “Vi è una frattura sociale grave in mezzo a voi, appartenenze ad ideologie radicate sull’attivismo”. Io credo che dobbiamo realizzare una forte coesione sociale, una identificazione in uno sforzo comune di crescita attraverso incontri come questo di oggi e realizzare l’agorà di una volta, dove uomini e donne si incontravano liberamente alla ricerca della verità. Dobbiamo oggi ritrovare questo spirito che è la condizione essenziale per affrontare il futuro.
E’ necessario anche che il Governo offra risposte efficaci alle aspettative sociali, di lavoro e di progresso considerando che oggi vi è anche la competizione con la popolazione europea. Abbiamo bisogno di punti di riferimento certi, di una bussola di orientamento per la nostra comunità profondamente legata al suo territorio.
Gli impegni governativi devono essere distribuiti adesso con una maggiore attenzione di tutela verso chi ha redditi più bassi e carichi familiari maggiori. Le nostre zone interne non possono essere penalizzate perché altrove si sono registrati sprechi ed abusi. Ci lascino almeno quello che abbiamo: la purezza delle acque, l’aria pulita ed il verde che ha sempre caratterizzato l’Irpinia.
Sempre sul sito web di Carife è pubblicata una e.mail inviataci da chi vive lontano e si sente a noi vicino, si legge: “CREDO CHE L'AUGURIO CHE CARIFE DEBBA AVERE E’ QUELLO DI RITORNARE AD ESSERE VIVA, PIENA DI GENTE TUTTO L'ANNO NON SOLO X NATALE O AD AGOSTO”.
Il 23 novembre del 1980 alle 19,35 subimmo un terremoto della durata interminabile di ben 90 secondi. In ricordo di chi perse la vita, della sofferenza patita dai sopravvissuti , di chi giunse a portarci aiuto e della solidarietà mondiale che ricevemmo vi chiedo non un minuto di silenzio ma 90 secondi di silenzio, il tempo della durata del sisma.
La parola adesso a chi da primo cittadino di questo comune dal 1980 al 1990 dovette far fronte alla emergenza, alle esigenze dei cittadini districandosi in un vortice di circolari e leggi: Prof. Raffaele Loffa.