CENNI DI GEOLOGIA DEL TERRITORIO DI CARIFE
La formazione del sistema appenninico, che risale al Cenozoico o Terziario (da 65 a 1,6 milioni di anni fa), è più recente di quella delle Alpi e il suo assestamento tettonico-orogenetico è ancora in atto o in evoluzione; la relativa giovinezza del sistema è evidenziata, tra l’altro, oltre che dai frequenti terremoti dovuti all’assestamento, anche dai numerosi rilievi vulcanici e da formazioni molto recenti.
La parte centromeridionale è caratterizzata dalla presenza di imponenti massicci calcarei, che dominano rilievi collinari di formazioni diverse, in larga parte argilloso-arenacee, come è il caso di Carife e degli altri comuni della “Baronia”.
L’Appennino meridionale non ha l’aspetto di una vera e propria catena montuosa continua e spesso presenta isolati rilievi; quello campano ha i maggiori rilievi sul lato tirrenico e la zona montuosa retrostante, assai meno elevata, presenta una serie di morbide ondulazioni.
Gli Appennini, secondo la teoria più accreditata, ebbero origine dai movimenti reciproci della placca continentale europea e di quella africana.

Gli Appennini a est di Avellino.
Il territorio della “Baronia”, geomorfologicamente, è costituito in prevalenza da formazioni di calcari, arenarie, sabbie, argille e conglomerati, e mostra fenomeni di dissesto idrogeologico.
Il Chelussi pubblicò, all’inizio del secolo scorso, varie notizie relative al Pliocene della zona, identificando nei monti della Baronia ben 14 diverse specie fossili.
Scriveva nel 1891 lo Jannacchini a proposito del contrafforte di Trevico: “Questo monte…offre denudazioni calcaree assai pronunziate, e più in su hassi un terreno affatto alluvionale con un greto compatto rivestito di un terriccio arenaceo misto ad abbondanti cocci marini, ad altri molluschi e pesciolini pietrificati. Fa meraviglia come ancora oggi, a tanta altezza, se ne trovino moltissimi fra mezzo a ghiaia e ad altri depositi che offrono tutti i contrassegni di essere stati in un tempo di sotto all’acqua…”
A Monte Mauro di San Sossio Baronia si è addirittura scoperto recentemente un fossile di squalo, in una roccia costituita in gran parte da sedimenti inglobanti un gran numero di fossili di Ostreidi e Pettinidi, molluschi lamellibranchi di grandi dimensioni (fino a 20 centimetri). Il fossile è stato oggetto di studio da parte dell’Università di Camerino; uno studente universitario del posto ha recuperato un affilatissimo dente triangolare della squalo e lo ha consegnato alla Soprintendenza Archeologica Salerno.

Fossile di “Ostreide” da Monte Mauro (San Sossio Baronia).

Il contrafforte di Trevico con al centro Carife ed i suoi “Valloni”.
La formazione geologica della Baronia si fa risalire all’era terziaria o Cenozoica, caratterizzata dall’assunzione della forma attuale da parte dei continenti e degli oceani e dal grande sviluppo delle specie vegetali sopravvissute fino ad oggi e delle numerose specie animali, da cui sono derivate quelle attuali. Il territorio di Carife è caratterizzato dall’affioramento di depositi marini pliocenici, poggianti su sedimenti miocenici.
La parte sommitale del contrafforte di Trevico, a partire dai circa 700 metri di altezza, è costituita da conglomerati sedimentari o “Puddinghe”, come si preferiva una volta chiamare questo tipo di formazione. La massima altezza è raggiunta proprio a Trevico, con 1090 metri sul livello del mare.
I conglomerati costituiscono la parte montana dei comuni di Carife, Vallata, Trevico, San Nicola Baronia, Castel Baronia e qualche propaggine si allunga anche verso i Comuni di San Sossio Baronia e Flumeri, con uno sviluppo perimetrale di oltre 20 Chilometri.
Le Puddinghe sono costituite da frammenti e da ciottoli arrotondati di diverse dimensioni, detti “clasti”, legati da una matrice sabbiosa o argillosa. Il progressivo arrotondamento delle brecce è dovuto all’azione dell’acqua, in particolare delle onde marine, in corrispondenza delle linee di costa. I ciottoli provengono dai rilievi sottoposti all’incessante erosione e fattori meteorici (gelo, disgelo, vento, fenomeni meteorologici, ecc).I conglomerati sono arrivati qui per effetto degli sconvolgimenti che hanno caratterizzato lunghi periodi della storia del nostro pianeta.

Conglomerati o “Puddinghe” della cava Jannarone (Tra Carife e Castel Baronia.)
Le rocce sono porose e si presentano sciolte o più o meno cementate, tanto che negli anni cinquanta, per allargare la S.S. 91, si dovette ricorrere spesso all’uso della dinamite.

“Puddinghe” cementate nei pressi dei “Palchi di Giannetta” di Carife.

Frammenti di conglomerati cementati provenienti dalla cava Jannarone.
Naturalmente per la loro porosità e per il fatto che sono costituiti da arenarie e da calcari, con frequenti intercalari di argilla, i conglomerati costituiscono un ottimo acquifero, in grado di immagazzinare, filtrare e cedere acqua sotto forma di sorgenti.
La presenza dell’acqua non poteva non favorire in Baronia le frequentazioni e gli stanziamenti umani fin dai tempi più antichi (Neolitico antico).
Dal punto di vista idrologico, in base ai dati del servizio idrografico del Ministero dei Lavori Pubblici relativi agli anni 1942, 1953 e 1957, le sorgenti per uso potabile dei monti della Baronia, delle quali le due più importanti, “Tufara” e “Acquara”, nascono presso Castel Baronia, al contatto tra i conglomerati e le sabbie argillose, erogavano complessivamente 71 litri al secondo.
Dopo il disastroso sisma del 23.11.1980 le sorgenti della zona, dopo un vistoso aumento iniziale, hanno subito sensibili cali di portata, in quanto, oltre agli effetti del terremoto, si sono susseguite stagioni poco piovose. Solo in questi ultimi tempi si stanno riprendendo.
Il Comune di Carife fu addirittura costretto a trivellare tre pozzi in prossimità delle sorgenti “Bocche”, lungo una linea di faglia individuata dai geologi.
La faglia, in geologia, è una frattura della crosta terrestre dovuta a forze di stiramento o di compressione prodotte da movimenti tettonici in direzione verticale, orizzontale o obliqua. Di solito i movimenti sono a lungo termine ed impercettibili; se sono improvvisi, quasi sempre sono generati da forti terremoti.
Proprio lungo questa linea di faglia scorre, da est ad ovest, il profondo “Vallone delle Bocche”). Presenta diverse ramificazioni e incide profondamente le “Puddinghe”; non porta quasi mai acqua, data l’estrema porosità dei conglomerati attraversati, che l’assorbono e la portano nelle falde sotterranee. Solo in occasione di forti temporali si vede l’acqua scorrere in superficie: Il vallone segna i confini del territorio di Carife con quelli di Vallata, Trevico e San Nicola Baronia.
L’area della Baronia rimane tuttavia ancora tra le meno conosciute d’Italia sotto il profilo geologico, nonostante il tragico e frequente ripetersi di disastrosi e violenti eventi sismici: la motivazione va probabilmente ricercata nel limitato interesse che tale zona presenta per iniziative di tipo industriale.
Il territorio di Carife è estremamente vario e, a detta dei geologi che lo hanno perforato nel corso delle loro indagini, cambia spessissimo.
La sua escursione altimetrica varia dai circa 411 metri del fondovalle ai circa 946 metri sul livello del mare (Montagna di Carife).
Ben 7 solchi profondi (detti “valloni”) incidono il territorio da nord-est a sud-ovest, scorrono quasi paralleli e convogliano a valle, nell’Ufita, le acque meteoriche.Secondo una teoria, che non trova molto credito, le incisioni sarebbero state prodotte dal lento scorrere a valle dei ghiacci durante le ere glaciali. Qualcuno presenta ramificazioni e, partendo dai conglomerati della “Montagna di Carife”, i “valloni” hanno un percorso medio di circa tre chilometri.

I Valloni SAN LEO (a sinistra) e FONTANELLE (a destra).
Il territorio di Carife, esteso poco più di 16 chilometri quadrati, è costituito prevalentemente da argille ed arenarie abbondantemente fossilifere ed inglobanti diverse specie di Pettinidi, Ostreidi, Echinodermi, associate ad altri fossili di molluschi bivalvi lamellibranchi.
Una splendida impronta di foglia fossilizzata è visibile in un frammento di materiale travertinoso proveniente da un blocco utilizzato per costruire le tombe nella necropoli sannitica dell’Addolorata (IV-III sec. a.C.). Il travertino si forma in presenza di acque o di sorgenti ricche di calcare, e quello impiegato per costruire le tombe della nostra necropoli proviene quasi certamente dai dintorni delle sorgenti di Castel Baronia.

Impronta di fossile di foglia in un frammento di travertino (Necropoli sannitica dell’Addolorata).
Gli strati di arenaria, prossimi ai conglomerati, a volte si alternano con quelli di argilla, che costituiscono il basamento di tutto il contrafforte di Trevico.
La stratigrafia si presenta quasi sempre a “reggipoggio”, in quanto gli strati superficiali e profondi si alternano e si immergono in direzione opposta a quella del pendio.

Stratigrafia a reggipoggio di un costone del Vallone “Acquanocella” o “Vitullo”.
Con il termine di fossile si indica, in geologia qualsiasi reperto di organismo animale o vegetale vissuto in tempi geologici passati e rimasto conservato all’interno di formazioni rocciose sedimentarie (rocce, arenarie, argille). Fossili sono presenti su tutto il territorio italiano.
I fossili sono oggetto di studio della Paleontologia, che da essi ricava le informazioni necessarie per ricostruire la storia della vita sulla Terra. Fossili sono presenti un po’ in tutto il territorio, ma sono particolarmente evidenti sui “Fossi”, in località “Piano Cavallina” o nuovo campo sportivo, a “Ciaruolo” e, soprattutto, in località “Canale”. La fauna documentata dai nostri fossili proviene da litorali di mari caldi e non molto profondi.
L’arenaria è una roccia sedimentaria costituita da granuli di sabbia, è facilmente lavorabile e viene impiegata in edilizia come materiale da costruzione. La nostra ha un colore rossiccio e spesso viene ancora usata per gli intonaci. A Carife esistevano diverse cave di sabbia, che veniva venduta ai muratori: tre cave erano a ridosso dei “Fossi”: una sotto l’attuale via Ripa, a Est del centro abitato, e due ad Ovest, a monte del “Giuliano”. Le cantine, scavate come vere e proprie gallerie sotto le abitazioni e sovrapposte a volte a più livelli, sfruttavano proprio il banco di arenaria, più o meno cementata, sul quale sorge il nostro antico borgo. La sabbia è riferibile ad un ambiente di spiaggia.
Altre cave, successivamente antropizzate, o usate come ricovero bestiame o deposito di attrezzi agricoli, si trovano in località “Grotte”, della contrada“Canale”. Proprio da queste ultime viene la più ricca documentazione di fossili. In una di queste grotte, al momento del sisma del 23.11.1980, abitava ancora un solitario anziano, ora deceduto.

Ingresso della grotta del “Canale” contenente molti fossili.
L’argilla è un materiale sedimentario, di colore grigio-azzurro o giallastro, formato dall’alterazione della roccia: in presenza di umidità ha un comportamento plastico e diviene irreversibilmente duro a seguito di cottura.
Gli abitanti del nostro territorio hanno utilizzato l’argilla fin dal tempo del Neolitico, modellandola e cuocendola in fornaci per ricavarne mattoni e tegole di ogni tipo e vasellame di varie forme (le famose “ruagne”).
Sono assai ben documentate strutture di combustione e fornaci che vanno dal Neolitico, al periodo sannitico, romano e medioevale. Alcune hanno continuato a funzionare fino al terremoto del 1980. Come detto in precedenza i fossili del territorio di Carife sono riferibili a Pettinidi, Ostreidi e ad altri molluschi bivalvi lamellibranchi.
Sempre in località “Canale” è stato rinvenuto anche un fossile di echinoderma (riccio di mare) inglobato in un costone argilloso. Un altro splendido fossile, sempre inglobato nell’argilla e identico al precedente, fu trovato dallo scrivente sul cocuzzolo dominante l’incrocio tra la via della Croce e la via che porta all’Ariacchino (in proprietà di Giuseppe Famiglietti) e fu portato nella Scuola Media. Dopo le sistemazioni intervenute nell’edificio a seguito del trasferimento in esso delle Scuole Elementari, non è stato più possibile trovarlo e forse è stato buttato via…
Giova ricordare che alla stessa famiglia appartengono anche le bellissime stelle marine.

Il fossile di echinoderma rinvenuto nel vallone “Canale”.
I Pettinidi sono una famiglia di molluschi bivalvi lamelliformi, a cui appartengono molte specie che hanno conchiglie le cui valve sono uguali o molto simili.
Agli Ostreidi appartengono le ostriche, molluschi che vivono con la valva più grande e più spessa attaccata alla roccia.
Di questa famiglia fa parte il “Canestretto” (“cardium edule”), nome volgare di alcuni bivalvi marini riferito in particolare ad una specie commestibile, molto ricercata e apprezzata dai buongustai.
Questi molluschi hanno una conchiglia formata da due valve cuoriformi, abbellite da una fitta e sottile costolatura prominente. La conchiglia fu spesso usata per fare incisioni sui vasi di argilla durante la Preistoria.
Tutti questi tipi di fossili sono ampiamente documentati nella grotta del Canale e nella zone circostanti: qualche pietra con fossili inglobati è stata utilizzata come materiale da costruzione proprio davanti alle imboccature delle cave.
Diversi massi contenenti fossili sono tuttora presenti in prossimità di una piccola sorgente di acqua sulfurea, ora ricoperta da detriti, sempre nella stessa località (“L’acqua zurfegna”).

Il vallone del Canale.

La grotta dei fossili: ingresso.

La facciata di una delle grotte parzialmente crollata.

La facciata pericolante di un’altra grotta.

Il caminetto di una delle grotte abitate fino ad un passato recente.

Località “Canale”: Frammento di roccia con “Canestretto” (Cardium edule).

“ Canale”: Frammento di roccia con “pettinidi”.

“Canale”: frammento di roccia con “pettinidi”(particolare).

“Canale”: frammento di roccia con “pettinide”.

Grotta del Canale: una rondine vi ha costruito il suo nido

Grotta del Canale: Fossile di molluschi bivalvi lamellibranchi.

Grotta del Canale: fossile di pettinide.

Grotta del Canale: Esemplari fossili di pettinidi.

Grotta del Canale: Strato fossile di bivalvi lamellibranchi.

Grotta del Canale: Splendido fossile di pettinide.

Grotta del Canale: Pietra con fossili di pettinidi inserita nella muratura.

Grotta del Canale: fossili di pettinidi ( “capesante”) Particolare.

Sorgente sulfurea del Canale: Pietra con fossili di “canestrelli”.

Grotta del Canale: Fossili di “Canestrelli”.

Canale: Pietra con fossile di “pettinide”.

Grotta del Canale: particolare di fossili di “canestrelli”.

bivalvi lamellibranchi dalla contrada “Giuliano”.

Un caminetto costruito in una grotta.

Grotta del Canale: interno con giaciglio.

All’interno della grotta trovavano spazio anche gli animali…

Con le loro mangiatoie…

Grotte del “Canale”: Grotticella per la collocazione della botticella del vino.

Nella grotta c’era anche un soppalco sugli animali.
PROF. RAFFAELE LOFFA
_________________________________________________________________
Lo scavo di emergenza intrapreso negli anni scorsi in località "Aia di Cappitella" nel territorio di Carife ha evidenziato un’area interessata da livelli culturali di età preistorica,che hanno documentato la frequentazione del sito, pressochè senza soluzione di continuità, da un momento avanzato del Neolitico antico fino alla fase finale dell’età del Bronzo medio.
Estrema importanza riveste le presenza di rare, ed eccezionalmente ben conservate, "strutture di combustione" o fornaci di età neolitica, la cui esplorazione sistematica ha contribuito a far luce sulla loro funzione ancora discussa, data l’esiguità di confronti a riguardo.
Sono state inoltre attestate cospicue tracce di fondi di capanna con buchi di palo che attestano la lunga occupazione del sito, soprattutto grazie alla sua particolare ubicazione su un pianoro dominante il medio corso dell’Ufita, a breve distanza dallo spartiacque con l’area foggiana e melfese, che dovette svolgere un ruolo non secondario nell’ambito degli irraggiamenti culturali e commerciali in età preistorica, tra cui in particolar modo la diffusione dell’ossidiana, necessaria alla creazione di armi ed attrezzi di pietra (selci, elementi di falcetto, bulini. cuspidi di freccia, ecc.). (Vedi foto).

Lo scavo, unitamente a quello effettuato successivamente in località "Fiumara", lungo il Tratturo, su di un insediamento dello stesso periodo, ha offerto le novità di maggiore rilievo per la conoscenza del "NEOLITICO" della Baronia, di cui non si avevano ancora dati disponibili.
L’importante insediamento, ubicato ad Est di Carifein località "AIA DI CAPPITELLA", è situato su un ampio terrazzo a 730 metri sul livello del mare, degradante con terrazzi mediani, alternati a ripide balze, verso il fiume Ufita. (Vedi Planimetria).

Dal terrazzo si domina un ampio tratto della sottostante piana con un ottimo controllo del territorio e degli itinerari del fondovalle. La felice posizione topografica è valorizzata dalla presenza di piccole sorgenti ancora attive. Una sorgente sulfurea è ancora presente nelle vicinanze, in località Canale. I caratteri pedologici dei terrazzi contigui e sottostanti, adatti allo sfruttamento agricolo, in particolare cerealicolo, hanno determinato l’occupazione del sito in diversi momenti del Neolitico.
In quest’area, destinata, nella ricostruzione a seguito del sisma del 23 novembre 1980, a zona B
del Piano di Zona, l’intervento di urgenza da parte della Soprintendenza Archeologica di Salerno fu determinato dall’affioramento in sezione, lungo la trincea artificiale scavata per l’alloggiamento delle tubazioni idriche, di tre strutture consistenti in fosse a fondo piatto, o leggermente concavo, profonde non più di 30-50 centimetri. Il riempimento di tali strutture, che testimonia una sistemazione legata all’uso, era costituito da ciottoli di pietra arenaria, copiosamente presente in zona, con forti tracce di combustione, immersi in uno strato di tronchi carbonizzati, riferibili per lo più a quercia.
L’esplorazione successiva evidenziò la presenza di ben sei strutture. Si trattava di fosse subrettangolari di metri 2,50X4 circa, con pareti concotte, i cui termini di confronto hanno rimandato gli studiosi a strutture molto affini rinvenute in Abruzzo e nei villaggi della cultura di Chassey (Francia), le quali recentemente sono state interpretate come strutture di combustione all’aperto per la cottura o tostatura di cibi e/o per la produzione di ceramica.
Aia di Cappitella fu certamente popolata a partire almeno da una fase avanzata del Neolitico antico (fine VI-inizi V millennio avanti Cristo), di cui sono state trovate tracce anche nella vicina località Addolorata, da genti in possesso di tradizioni culturali che rivelano indubbi contatti con le "facies" coeve fiorite nel tavoliere delle Puglie e nei villaggi del Melfese lungo il fiume Ofanto.
Durante lo scavo è stata recuperata una notevole quantità di frammenti ceramici ancora ornati con impressioni a crudo, ma molto più evoluti sia per la forma dei vasi (ciotole, scodelle) sia per la sintassi decorativa, caratterizzata da tecniche e motivi particolari, eseguiti con l’utilizzo di un punzone (forse osseo) dentellato, premendo ad intervalli regolari sulla superficie del vaso. (Vedi foto).

Il reperto sicuramente più significativo è costituito da una bellissima ascia in pietra.
Un’ascia identica, ma decisamente meglio conservata, perché forse da parata e mai utilizzata, fu rinvenuta alla contrada "Fiumara", durante lo scavo in proprietà Santoro, sempre lungo il Tratturo.
Altri frammenti ceramici recuperati nel corso dello scavo indizierebbero la frequentazione di questo sito anche nel corso del Neolitico Medio (IV millennio a.C.). Questo periodo segna un ulteriore potenziamento dei mezzi della civiltà neolitica, capace ormai di sfruttare in modo stabile i suoli agrari, mediante l’invenzione delle tecniche rigenerative.
Nel frattempo si andava perfezionando ed ampliando la rete degli scambi, con il sistema del baratto o scambio dei prodotti.
L’omogeneità culturale che dalla Sicilia all’Italia meridionale e oltre sembra delinearsi nel corso del Neolitico tardo ( Fine IV–inizi III millennio a.C.), con la diffusione degli aspetti riferibili alla cultura di Diana-Bellavista (dal sito in contrada Diana a Lipari e da Masseria Bellavista in territorio di Taranto) è ampiamente rappresentata ad Aia di Cappitella da una ricca tipologia di anse a rocchetto impostate sopra l’orlo di ciotole, olle e scodelle.
L’affermarsi di questa "facies" culturale è da porre in rapporto con il commercio dell’ossidiana su rotte avviate già da tempo.
Dati significativi scaturiscono quindi dalla presenza ad Aia di Cappitella, e in altre zone lungo l’Ufita, di strumenti e nuclei di ossidiana, che attestano la funzione mediatrice della Baronia, posta tra la Puglia e la Campania, come punto focale per il transito e la diffusione di commerci e fermenti culturali tra il Tirreno e l’Adriatico.
L’esame chimico-fisico condotto sulle ossidiane rinvenute a Carife dall’Università di Pisa ha confermato, con certezza assoluta, che esse sono provenienti dall’isola di Lipari. Ciò ha potuto offrire un contributo assai valido alla soluzione delle problematiche legate alla circolazione ed allo scambio di questo prezioso materiale in aree lontane dalla fonte di approvvigionamento.
Numerosi esemplari di elementi di falcetto sembrano attestare la pratica di attività agricole; che l’allevamento degli ovini poi fosse finalizzato anche alla produzione della lana è confermato dalla presenza di pesi da telaio e di fusaiole, che documentano nel sito un’attività di tessitura.
Fortunatamente sull’area che fu interessata dagli scavi e su quella ancora da scavare non ci sono costruzioni, fatta eccezione per le strade e per una piccola cappella.
Sulla stessa area è attualmente in corso di esecuzione il progetto "Orto scolastico" da parte degli alunni delle Scuole di Carife.
Prof. Raffaele LOFFA (Già Ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali).
Impostazione grafica di Michele loffa.
________________________________________________________
LE TOMBE 89 E 90 DELLA NECROPOLI SANNITICA DI " PIANO LA SALA" di CARIFE
Gli scavi archeologici, condotti nei territori di Carife e Castel Baronia a partire dal dopo terremoto del 23.11.1980, hanno evidenziato la presenza di ben tre necropoli sannitiche: una in località "Serra di Marco" (Castel Baronia) e due in agro di Carife (Piano la Sala e Addolorata).
Lo scavo, resosi necessario per esplorare preventivamente le aree destinate alla ricostruzione, ha permesso di portare alla luce centinaia di sepolture, offrendo la più ricca documentazione sul Sannio meridionale, sugli Hirpini che abitarono il nostro territorio, facendoci conoscere meglio questa gente.
Il Prof. Werner Johannowsky, che ha diretto gli scavi fin dall’inizio, ha maturato la convinzione che nel nostro territorio si trovava la famigerata ROMULEA, saccheggiata e distrutta dai Romani nel 296 a.C. (Cfr. Tito Livio X, 17). Questa località era stata menzionata già da Stefano Bizantino, come "città dei Sanniti in Italia".
Il nome di Sub Romula sopravvisse in seguito negli Itinerari come stazione della Via Appia, il cui tracciato originario seguiva, sempre secondo il Prof. Johannowsky, la valle dell’Ufita.
Le sepolture fin qui rinvenute nelle tre necropoli sono riferibili ad un periodo che va dalla metà del VI e gli inizi del III secolo a.C.
Sappiamo ancora poco sugli insediamenti abitativi dei Sanniti, tranne che, secondo Livio, essi abitavano "vicatim", cioè in piccoli villaggi rurali.
I Sanniti/Hirpini, in caso di necessità, si rifugiavano nell’arce o fortificazione, collocata su un’altura meglio difendibile, nel nostro caso Romulea.
Alcuni tipi di vasellame sono presenti quasi in tutte le tombe (crateri, guttus, coppette, oinochoe, olle, cantaroi, schiphoi, patere, ecc.) (Vedi foto n. 5).

Non mancano oggetti in bronzo, quasi sempre di provenienza etrusca.
Nelle tombe maschili è quasi sempre presente il cinturone di bronzo, il cui possesso, anche in età molto giovanile indicava che il personaggio godeva di tutti i diritti. In qualche caso oltre a quello indossato dall’inumato, sempre in posizione supina, è stato trovato un secondo cinturone disteso lungo il fianco, forse come preda di guerra. (Tomba n. 58 di Castel Baronia). In antico privare qualcuno della cintura equivaleva a privarlo della libertà. (Vedi foto n. 11)

Nelle tombe maschili non mancano il "culter tonsorius" (rasoio), le cuspidi in ferro di lance o giavellotti e, in quelle di personaggi della classe emergente, gli spiedi metallici. In qualche tomba era presente anche lo strigile, a documentare che il frequente contatto e gli scambi commerciali con i Greci avevano fatto nascere anche tra i Sanniti l’ideale dell’efebia.
Nelle tombe femminili sono presenti fibule e monili di vario tipo, e non mancano elementi di ambra e di argento.
Le tombe n. 89 e n. 90, sicuramente tra le più ricche indagate nel territorio, sono contemporanee e appartengono entrambe al V secolo a.C.. Nella tomba n. 89 sono stati inventariati 22 reperti e ben 40 erano presenti nella tomba n. 90.
Esse vennero fuori nel corso del 1985 ed erano a fossa, più profonde rispetto alle altre già recuperate in precedenza; contenevano entrambe un personaggio di sesso maschile appartenente alla classe emergente, inumato in posizione supina. Erano collocate sotto una coltre di pietre ed erano sfuggite al primo scavo. Furono recuperate grazie alla tempestiva segnalazione del proprietario del terreno ed al tempestivo intervento del sottoscritto, allora Sindaco di Carife e Ispettore onorario del Ministero dei Beni Culturali.
I reperti furono esposti a Roma in occasione della mostra organizzata per l’anno dedicato ai Sanniti. La mostra, assai inopinatamente, purtroppo si chiuse senza che fosse stato redatto un catalogo. In occasione di quella mostra furono esposti i reperti di tre tombe rinvenute a Carife e due rinvenute a Castel Baronia (tomba n. 58 e n. 62 ). (Vedi foto n. 12 e 13).


L’oggetto sicuramente più rilevante e notevole presente in entrambe le tombe è un candelabro di bronzo componibile, fatto di vari pezzi, di provenienza etrusca. Esso serviva non solo per rischiarare l’ambiente durante i banchetti, ma anche per praticare il gioco del "Kottabos": si toglieva la cimasa, si collocava il candelabro al centro della sala, sulla parte superiore si collocava la coppa da colpire e da far cadere con un getto di vino proveniente da un’altra coppa infilata nel dito di una mano e con rituali e regole prestabilite. (Vedi foto n. 8)

La scena è rappresentata , oltre che su coppe, anche su una lastra della famosa "Tomba del Tuffatore" di Paestum.
Chi vinceva aveva il diritto di scegliere una donna e di appartarsi alla ricerca di intimità. Naturalmente il gioco era praticato nell’ambito degli appartenenti alla classe emergente.
I candelabri, tipicamente etruschi, si ispiravano, per decorazione e stile, a modelli greci. Nella tomba n. 89 la cimasa del candelabro, alto circa 90 centimetri, è costituita da un bellissimo satiro nudo, rappresentato nell’atto di sacrificare, con un falcetto/coltello ricurvo, un caprone rampante afferrato per il ciuffo di peli presenti sotto la mandibola. (Vedi foto n. 6)

Mentre l’iconografia del satiro non trova confronti, lo stile complessivo del candelabro è riconducibile a sculture dell’ambito attico e peloponnesiaco del tardo V secolo a.C.
Il candelabro della tomba n. 90, alto circa 88 centimetri, è invece sormontato da una cimasa non figurata a forma di pigna, ed è simile, per forma e decorazione, ad un gruppo di candelabri della fine del V secolo a.C. rinvenuti tra Vulci ed Orvieto. (Vedi foto n. 7)

Alcuni reperti in bronzo presenti nelle due tombe, evidentemente tesaurizzati in casa, sono più antichi. In particolare i bacini con orlo a tesa impresso con motivo a treccia sono del tardo VI secolo a.C. (Vedi foto n. 1)

Nella tomba n. 90 era presente una bellissima patera di bronzo, con il manico a forma di "Kouros", che trova confronti in un tipo diffuso nel Peloponneso nel corso degli inizi del V secolo. Si tratta, evidentemente, di un oggetto importato. Il Kouros poggia i piedi sulla testa di un capro, regge sul capo e sulle braccia una coppia di arieti ed è lungo circa 20 centimetri. Nella scultura greca arcaica il "Kouros" era una statua votiva rappresentante un giovinetto nudo. La statua votiva di giovinetta ammantata si chiamava "Kore". (Vedi foto n. 10)

Dello stesso periodo è l’Oinochoe a becco in bronzo (Schnabelkanne) alto circa 28 centimetri , anch’esso importato dall’Etruria. L’ansa è stata fusa a parte e poi applicata al vaso mediante una palmetta a undici foglie, tra volute che finiscono a testa di serpente. L’attacco superiore, bifido, è sempre con teste di serpenti. (Vedi foto n. 9)

All’ideologia dei morti banchettanti nell’aldilà sono riconducibili tutti gli oggetti presenti nelle due tombe:
Un posto a parte merita il cratere a campana dipinto con la tecnica delle figure rosse ed attribuito al "Pittore di Dolone", operante a Metaponto: E’ stato datato intorno al 400 a.C. e rappresenta una scena di "thiasos " dionisiaco, in linea con la funzione del vaso e con la statuetta del sileno. E’ alto circa 37 centimetri e presenta sul lato A una Menade vestita tra un satiro ed un sileno nudi, sul lato B tre giovani uomini ammantati. Sull’orlo è presente il solito motivo con ramo d’ulivo e sulla parte inferiore un motivo a meandro. (Vedi foto n. 3)

Nella tomba n. 90, invece del cratere, troviamo una bellissima e rara "kelebe" (o cratere a colonnette) a vernice nera sovradipinta, con quattro anse. (Vedi foto n. 4)

Sempre in questa tomba troviamo tre boccali a verice nera, imitanti modelli attici, ma con sull’orlo protomi di lupo, animale totem degli Hirpini; la tipologia è già presente nella zona (vedi Morra de Sanctis) fin dal VII sec. a.C. (Vedi foto n. 2)

L’abbondanza degli oggetti, la raffinatezza complessiva di essi ci dà un’immagine assai positiva dei guerrieri sanniti, che si aspettavano di partecipare ai banchetti dell’oltretomba, ma non dimenticavano di essere giunti qui guidati da un lupo, nella tradizione del "Ver sacrum"o primavera sacra.
Ci piace immaginare i nostri antenati Hirpini, che abitavano il nostro territorio, proprio come ce li descrive Silio Italico (25-101 d.C.) nei "Punica": essi erano scesi dalle montagne insieme alla gioventù lucana per partecipare alla battaglia di Canne (216 a.C.) naturalmente al fianco di Annibale e contro i Romani, ai quali inflissero una memorabile sconfitta.
"Juventus Lucanis excita iugis Hirpinaque pubes
Horrebat telis et tergo hirsuta ferarum.
Hos venatus alit. Lustra incoluere
Sitimque avertunt fluvio, somnique labore parantur…"
Nella rassegna delle forze in campo fatta da Silio Italico seguivano…
…la gioventù fatta scendere dalle montagne lucane e quella irpina
Irta di lance e con le terga ricoperte di pelli di fiere irsute (cinghiali).
Li nutre la caccia, abitano luoghi selvaggi.
Placano la sete chinandosi a bere direttamente dal fiume,
e si mettono a dormire stanchi per la fatica…
Gli Hirpini diedero del filo da torcere ai Romani, cogliendo ogni occasione utile (Vedi Pirro) fino alla fine della guerra sociale (89 a.C.), che si concluse con la distruzione di Aeclanum ad opera di Silla, e furono gli ultimi a cedere.
Prof. Raffaele Loffa

BIBLIOGRAFIA
1) MATILDE ROMITO - "GUERRIERI SANNITI E ANTICHI TRATTURI NELL’ALTA VALLE DELL’UFITA" - LAVEGLIA EDITORE – Nocera Inferiore 1995
2) GIOVANNA GANGEMI - ARTICOLI VARI -
3) WERNER JOHANNOWSKY -
ARTICOLI VARI3) GIULIANA TOCCO SCIARELLI - "LE RECENTI SCOPERTE NEL SANNIO IRPINO E CAUDINO" -
CARSA EDIZIONI – ANNO 1 N. 0- Pescara - Gennaio 1991
4) SAFINIM – "STUDI IN ONORE DI ADRIANO LA REGINA " A CURA DI DOMENICO CAIAZZA
ARTI GRAFICHE GRILLO – PIEDIMONTE MATESE – Giugno 2004
5) RAFFAELLA BONIFACIO - ARTICOLI VARI
____________________________________________
LA ROMANIZZAZIONE DELL’IRPINIA E DELLA VALLE DELL’UFITA:
LA STELE FUNERARIA DI MARCUS MEVIUS
RINVENUTA AD “AIA DI CAPPITELLA” DI CARIFE
P R E M E S S A
LA ROMANIZZAZIONE DEL TERRITORIO DEGLI HIRPINI E LA “CENTURIAZIONE”
Va sotto il termine di “romanizzazione” il processo di graduale e progressiva integrazione delle popolazioni soggiogate dai Romani, dai quali esse ricevevano nuove leggi, riti e costumi che, quasi sempre, non cancellavano mai completamente le antiche usanze e tradizioni locali, ma si limitavano spesso a sovrapporsi ad esse o ad adattarsi.
Questa sorte toccò agli HIRPINI: una volta sconfitti dai Romani gran parte del loro territorio fu requisita e ridistribuita. La romanizzazione, avvenuta gradualmente in seguito, favorì un processo di integrazione economica, culturale e politica con l’interessamento ed il coinvolgimento di più generazioni.
Cerchiamo di vedere come sia avvenuto questo processo in valle Ufita, e quindi anche nel territorio di Carife, tracciandone le tappe fondamentali.
La valle dell’Ufita, l’unica vera pianura dell’Irpinia, è stata sempre intensamente sfruttata a fini agricoli fin dalla preistoria e lungo di essa correvano tratturi con varie diramazioni, sentieri ed altri percorsi, in grado di collegare rapidamente centri urbani e villaggi, per garantire scambi e collegamenti. Essa naturalmente suscitò subito l’interesse dei Romani, che, appena fu possibile, se ne impadronirono e se la spartirono.

Planimetria della Valle dell’Ufita con l’ubicazione di Fioccaglia
Una tappa fondamentale è sicuramente rappresentata dagli avvenimenti compresi tra la III guerra sannitica, che portò tra l’altro alla distruzione di Romulea nel 296 a. C,, e la seconda guerra punica (218-201 a. C.).
Una seconda tappa è quella che va dall’età post-annibalica alla guerra sociale, conclusasi quest’ultima con l’espugnazione, il saccheggio e la distruzione di Aeclanum da parte di Lucio Cornelio Silla, nell’89 a.C..
Alla pertica del Municipio di Aeclanum (Passo di Mirabella) sorto intorno all’87 a. C. appartenne, con ogni probabilità, anche il territorio di Carife.
Una terza ed ultima tappa può essere rappresentata dal periodo che va dalla creazione dei Municipia al principato.
Un momento assai importante della prima fase fu rappresentato sicuramente dalla “deduzione” “o trasferimento di una colonia di contadini romani a Beneventum, cosa questa che avvenne nel 268 a.C., dopo la sconfitta dei Sanniti, sotto il cui nome le fonti antiche comprendono solitamente anche gli Hirpini, che si erano affiancati a Pirro, re dell’Epiro (l’odierna Albania), naturalmente contro Roma.
La Colonia fondata dai Romani a Beneventum, chiamata Maleventum prima del fausto evento della battaglia, ebbe il compito di separare gli Hirpini dai Sanniti.
Altre deduzioni di colonie, avvenute in precedenza, contribuirono ad isolare e a dividere il territorio irpino. Questo fu il caso delle colonie di Luceria (Lucera) e Venusia (Venosa).
Del resto anche il prolungamento nel 268 della Via Appia, la “regina viarum”, fino a Beneventum, aveva il compito di rendere più facilmente raggiungibile l’Irpinia da parte dell’esercito romano, in caso di ulteriori rivolte di questa fiera popolazione. I Romani non avevano certo dimenticato lo scorno delle Forche Caudine, subito nel 321 a.C.
Le azioni della seconda guerra punica, tra il 215 e il 210 a.C., coinvolgono direttamente il territorio irpino. Dopo la tremenda sconfitta subita dai Romani a Canne (216 a.C.) gli Hirpini, che erano stati al fianco di Annibale nella battaglia, ne favorirono il passaggio nella valle dell’Ofanto sotto Compsa (Conza della Campania) e passarono dalla sua parte schierandosi ancora una volta contro Roma. Si ricorda che i Romani persero a Canne 50.000 legionari e 10.000 furono catturati.
La defezione fu punita dai Romani in modo esemplare: il territorio degli Hirpini fu in massima parte espropriato e diventò “ager publicus” (terreno pubblico), con conseguente assegnazione a nobili, coloni e veterani romani.
LA CENTURIAZIONE DEL TERRITORIO DEGLI HIRPINI
Non è molto chiaro quello che successe in Hirpinia al tempo dei Gracchi. Dal “Liber coloniarum” (libro delle colonie) sembra che anche il territorio irpino sia stato interessato dai provvedimenti varati dai due Tribuni. Segni o tracce di centuriazioni in Hirpinia, oltre che in Valle Ufita, si potrebbero individuare in contrada “Migliano” (Miliarium o Praedium Aemiliani?) e “Pietra del Pesco”, nel territorio di Frigento, dove è stato trovato un cippo graccano senza iscrizione. Il cippo era un segno di confine (o limite) ed era solitamente costituito da un tronco di colonna.
La “centuriazione”, visibile in molte regioni italiane, consisteva inizialmente nel delimitare il territorio con due assi viari ortogonali principali: il decumanus maximus (decumano massimo), tracciato da ovest ad est, ed il cardo maximus (cardine massimo), tracciato da nord a sud.
Le linee incise sulla parte superiore del cippo graccano rappresentano il “Cardo” e il “Decumano”. (Cippo da Rocca San Felice conservato nel Museo Irpino).
Le operazioni di misurazione venivano realizzate con l’uso di precisi strumenti, come la groma, ed erano possibili solo con il concorso di esperti agrimensori. La centuriazione interessò soprattutto i terreni pianeggianti, ma talora anche zone più o meno scoscese, dove furono necessarie complesse operazioni tecniche.
La groma è un antichissimo strumento di misurazione, composto da due aste disposte perpendicolarmente, da cui pendevano quattro fili tenuti a piombo da altrettante piccole pietre o pesi. Con tante altre linee parallele, tracciate a poco più di settecento metri ed in modo parallelo rispetto al Cardo e al Decumano, si otteneva un reticolo, il cui incrociarsi delimitava grandi appezzamenti di terreno detti “centurie”, da cui deriva appunto il termine “centuriazione”.

Misurazioni per la centuriazione con l’uso della groma.
Negli ultimi decenni del II secolo a.C. la questione agraria divenne centrale nella politica romana. Il problema si complicò ulteriormente con la richiesta del diritto di cittadinanza avanzato dai Latini e dagli Italici. Ma la nobiltà latifondista ed il senato non intendevano certo cambiare una legislazione che aveva procurato a Roma tanti successi ed una grossa espansione.
I fratelli Tiberio e Caio Gracco erano figli di Cornelia e quindi nipoti di Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale a Zama nel 202 a.C. Il padre dei due era un grande uomo politico: Tiberio Sempronio Gracco. A Cornelia si attribuisce la famosa frase, riferita ai figli: “Haec ornamenta sunt mea”, cioè “Questi sono i miei gioielli”.
Il terreno demaniale, o ager publicus, era appannaggio quasi esclusivo dei nobili, che si spartivano le terre e costituivano grandi fattorie e latifondi, in cui gli schiavi, naturalmente a basso costo, fornivano la manodopera necessaria.
I contadini liberi non trovavano più né lavoro né terreni da coltivare. Nel 133 a.C. Tiberio Gracco, eletto tribuno della plebe, si rese promotore di una legge agraria, che prevedeva l’assegnazione ai cittadini romani più poveri di quote di terreni da espropriare ai nobili, che ovviamente la osteggiarono fortemente. Era prevista anche l’inalienabilità degli appezzamenti assegnati, estesi circa 37 iugeri (un iugero era l’equivalente di 25 are, ovvero 2.500 metri quadrati). Fu creata un’apposita commissione/triumvirato per l’applicazione della legge: della commisione facevano parte, oltre a lui, il fratello Caio ed il suocero Appio Claudio (console nel 143)
Tiberio Gracco fu ucciso nei pressi del tempio di Giove Capitolino ed il suo corpo fu gettato nel Tevere: aveva 29 anni. Caio Gracco, fratello di Tiberio, divenne tribuno nel 123 e, come primo provvedimento adottò quello di distribuire il grano a prezzo ridotto ai ceti meno abbienti. Si tratta della “legge frumentaria”. La plebe, naturalmente, si schierò dalla sua parte. Nel 122, in base ad una legge del 125 che consentiva ai tribuni di essere rieletti, fu confermato nella carica.
Egli propose subito una legge per l’assegnazione della cittadinanza romana a coloro che godevano del diritto latino e la cittadinanza latina agli Italici; ma la plebe romana non gradì la proposta. Nel mese di aprile del 121 a.C., dopo varie vicissitudini, Caio fu assediato sull’Aventino e fu sconfitto. Riuscì a fuggire, ma si fece trucidare da uno schiavo.
Alcuni cippi rinvenuti in territorio irpino (Rocca San Felice e Nusco) documentano che il territorio fu diviso al tempo dei magistrati Caio Sempronio Gracco (legge Sempronia), Marco Fulvio Gracco e Caio Papirio Carbone (129-123 a.C,).

Uno dei cippi graccani da Rocca San Felice (Museo Irpino di Avellino)
Il peso fa parte di una groma montata su di esso a scopo dimostrativo e didattico
Il periodo graccano (decenni finali del II sec. a.C. – I sec. a.C.) vede una profonda trasformazione del nostro paesaggio rurale: nascono impianti produttivi rurali, ovviamente lungo le rive dei fiumi e lungo le vie di comunicazione: Nel fondovalle Ufita si crea una fascia ininterrotta di ville e di impianti rustici, dediti alla coltivazione della terra, quasi sempre in monocoltura. In questo panorama si colloca anche la nascita a CHIOCCAGLIA o FIOCCAGLIA di Flumeri di una vera e propria città romana, databile ai decenni finali del II secolo a.C..

Una delle case di Fioccaglia.

Seconda casa di Fioccaglia.
L’abitato ha un impianto planimetrico complesso, con ampie strade basolate (cardo e decumano), domus (case) ad atrio con peristilio, con giardino porticato e con impluvi per raccogliere le acque piovane. La tipologia è comune a quella di altre ville ed abitazioni campane, riferibili allo stesso periodo.

Fioccaglia: strada con basoli e sistema fognario.
Il centro ebbe vita breve e subì la stessa sorte di altre città, nate lungo le vie della lana (tratturi), come accadde a Sepinum/Altilia in provincia di Campobasso.
Successivamente alla fine della guerra sociale, durante la quale fu distrutto, l’abitato cessa di esistere e viene abbandonato. Purtroppo ancora non abbiamo iscrizioni per poter identificare il centro, nè forniscono indicazioni precise gli itinerari antichi (Hierosolomitanus, Itinerarium Antonini e Tabula Peutingeriana).
Dai bolli sui laterizi, in osco e in latino, possiamo dedurre che le due lingue si continuavano a parlare, forse contemporaneamente.
Durante la guerra sociale (91-88 a.C.) gli Hirpini, a partire dall’anno 90 a. C., primi fra tutti gli altri popoli italici, imbracciarono le armi contro Roma. Sottomessi da Lucio Cornelio Silla, dopo il saccheggio e la distruzione di Aeclanum avvenuta nell’89, dopo ben sette anni ricevettero la cittadinanza romana e, sotto l’imperatore Augusto, furono assegnati alla SECUNDA REGIO (Regione II), che comprendeva anche l’Apulia ed il Bruzzio (Calabria).
Di Eclano era il grande latifondista filoromano Minato Magio, antenato dello storico Velleio Patercolo, probabilmente nato in questa città e vissuto tra il 19 circa a.C. ed il 30 circa d.C.
Minato Magio, con un contingente di Hirpini, aveva partecipato a fianco dei Romani all’assedio di Pompei ed Ercolano (Herculaneum), e per queste sue benemerenze riuscì a far iscrivere la sua gente alla ben più illustre e prestigiosa tribù Cornelia, invece che alla Galeria , come gran parte del territorio irpino
Si completava in questo modo il processo di romanizzazione di un territorio e di un popolo, che tante volte aveva rialzato la testa ed aveva lottato fieramente per la propria indipendenza, anche a costo di essere considerato traditore dai Romani.
CARIFE: TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE DELLA ROMANIZZAZIONE
In territorio di Carife si sono trovate numerose testimonianze archeologiche relative alla sua romanizzazione: una serie di ville rustiche e di impianti agricoli di età romana interessano infatti tutto il nostro territorio.
In particolare in località Cerreto/Mulini, lungo la riva destra dell’Ufita, il Ministero dei Beni Culturali, su segnalazione dello scrivente, ha notificato un decreto di vincolo ai sensi della Legge 1089 del 1939 al Sig. Armando Maiullo, in quanto in un terreno di sua proprietà, a seguito di lavori di sbancamento per la costruzione di un fabbricato rurale, sono venuti alla luce strutture e reperti (frammenti di stucco color rosso pompeiano ed azzurro) relativi ad un complesso rustico di età repubblicana.
Tali strutture trovano confronto con altre ville già individuate o localizzate nei Comuni limitrofi e sono sicuramente riferibili alla divisione agraria romana post-annibalica della valle dell’Ufita.
Ma la villa sicuramente più importante ed imponente del territorio, e forse dell’intera zona, è quella localizzata a “Piano d’Occhio”: su un’area di oltre 10.000 metri quadrati affiorano continuamente strutture murarie, pavimenti a mosaico, numerosissimi laterizi, pavimenti in cocciopesto (miscela di frammenti di laterizi impastati con calce), tubazioni di piombo, resti di di impianti termali, numerose monete, oggetti in bronzo, pesi da telaio, frammenti ceramici anche di sigillata aretina (ceramica da tavola di lusso), frammenti di lucerne di vario tipo (anche africano), monili, fibule e stili di avorio o di osso lavorato. Anche questo sito è stato sottoposto a decreto di vincolo da parte del Ministero dei Beni Culturali.

Pesi da telaio occorrenti per la filatura e la tessitura della lana.
Tra le moltissime monete recuperate una, di bronzo, è dell’imperatore Marco Ulpio Traiano, “optimus princeps” (Ottimo principe), vincitore dei Daci, dei Germani e dei Parti.


Villa Romana di Piano d’Occhio: La moneta dell’Imperatore Traiano (Lato A e Lato B).
Un’altra, in argento, è di Iulia Augusta (Giulia Domna), moglie dell’Imperatore Settimio Severo e madre di Caraclla e di Geta. Fu detentrice di un potere mai ottenuto prima dalle auguste imperatrici romane ed intervenne spesso nelle questioni politiche durante il regno del marito e dei figli, inimicandosi, per queste sue ingerenze, molti personaggi di corte. L’acconciatura, dei suoi capelli, sul retto della moneta, è quella tipica della donna romana durante il periodo di Settimio Severo.
I reperti portano a datare l’esistenza della villa, e quindi la sua conseguente abitazione o frequentazione, in un arco di tempo che copre circa 600 anni, comprendente, oltre che parte del periodo repubblicano, tutta l’età imperiale.
Partendo dalle ulteriori conoscenze acquisite con gli scavi e dalla presenza di numerose ville rustiche lungo la valle dell’Ufita si ipotizza che l’Appia, che aveva un percorso non lastricato e spesso il suo percorso era reso più malagevole dalle piogge, dovesse correre proprio in questa valle, raggiungendo l’Apulia attraverso il comodissimo valico di Sferracavallo, in agro di Vallata. Forse proprio a valle di Carife, interpretando quanto riportato dagli Itinerari, doveva trovarsi la “mansio” sub Romula, che evidentemente era ubicata più a monte, con funzione di arx o roccaforte, e quindi meglio difendibile. La” mansio” era l’equivalente di una moderna area di servizio: i viaggiatori potevano rifocillarsi, pernottare, fare acquisti, cambiare i cavalli e…incontrare donnine allegre dai facili costumi.
LA DISAVVENTURA NOTTURNA DI ORAZIO NELLA “VILLA TRIVICI”
Il Prof. Werner Johannowsky, che ha curato e diretto quasi tutti gli scavi effettuati nel territorio, ha maturato la convinzione che si tratta proprio del sito della “Vicina Trivici villa” che accolse, “ullo non sine lacrimoso fumo”, il poeta Orazio e la sua comitiva, di cui facevano parte anche Virgilio, Vario, Tucca, e Mecenate, durante il viaggio da Roma a Brindisi nel 37 a.C. (Horatius, Sat.I, 5,79).
I Trevicani quella sera bruciarono nel camino rami ancora verdi con tutte le foglie: di qui il fumo fastidioso, che fece lacrimare gli occhi degli illustri ospiti della capitale, al seguito di Mecenate, incaricato di un’ambasceria.
Ma non era finita qui! Una locale “puella mendace”, sicuramente furbetta e maliziosa, gabbò l’assai ingenuo e sciocco poeta Orazio ( lui stesso si dice “stultissimus”) e, pur avendogli promesso di raggiungerlo più tardi a letto, non andò all’appuntamento e mandò… in bianco il grande poeta latino.
Sarebbe curioso scoprire o capire come mai si sia comportata in questo modo una fanciulla che praticava il più antico mestiere del mondo: Intendeva forse vendicarsi nei confronti di un illustre cittadino romano per l’esito infausto della guerra sociale, che si era conclusa, qualche decennio prima, con la distruzione di Aeclanum, e forse anche dell’abitato individuato a Fioccaglia/Chioccaglia di Flumeri, località entrambe poste a pochi chilometri di distanza dalla “Villa Trivici”? Si era trattato di una semplice civetteria o la nostra lasciva “puella” passò la notte con un altro ospite, magari disposto a pagare di più? Ma senza alcun dubbio il ricordo della disfatta era ancora troppo cocente presso gli Hirpini.
Fatto sta che il venosino Quinto Orazio Flacco, dopo aver atteso inutilmente ed ansiosamente atteso la ragazza fino alla mezza notte, si dovette accontentare di un sogno erotico, che gli fece macchiare con una polluzione “la veste notturna ed il ventre supino”. Orazio ripartì deluso l’indomani, a briglia sciolta, verso Ausculum (Ascoli Satriano).
Conosciamo bene la filosofia di vita di Orazio, epicureo convinto, in quanto è lui stesso a rivelarcela: “Cogli l’attimo fuggente e credi il meno possibile nel futuro…anzi non domandarti proprio quello che ti accadrà domani e goditi ogni occasione oggi…”
Il nostro grande poeta, quando fece il viaggio, era molto giovane: aveva solo 28 anni…ed aveva una gran voglia di divertirsi e di cercare avventure galanti: faceva parte, come detto, della sua filosofia; ma questa volta gli andò proprio male!
Ricordiamo che il poeta nacque a Venosa nel 65 a.C. e morì a Roma nel corso
dell’8 a. C.
A meno di un chilometro, in direzione est rispetto al sito di ritrovamento della stele di Marcus Mevius, in località “Tierzi/ Piano Cavallina, a ridosso dei “Palchi di Giannetta”, nel 1989 è stato individuato e scavato un complesso artigianale di età romana con fornaci, tra cui una sicuramente tra le meglio conservate del periodo, e annesse strutture abitative. Si stava effettuando lo sbancamento per la costruzione del nuovo campo sportivo.

Il complesso artigianale di contrada “Tierzi”: Strutture murarie.
L’esplorazione ha evidenziato che vi venivano fabbricati numerosi tipi di laterizi, di tegoloni, di embrici, di anfore e di doli da parte di un certo “Bodurus”, nome presente su qualche bollo, e sicuramente il materiale serviva per le numerose ville della zona e in particolare della valle dell’Ufita.
Le monete recuperate non sono più tarde del 73 d.C., anno in cui il sito fu definitivamente abbandonato, forse a seguito di un disastroso terremoto. Fu quello che precedette la terribile eruzione del Vesuvio, che nell’agosto del 79 d. C. seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano?
Fra i reperti più interessanti recuperati fa bella mostra di sé un fallo di piombo, perfettamente fuso e rappresentato in tutti i particolari anatomici e alcuni stampi per fabbricare lucerne e mascherine.
I reperti, raccolti in molte casse, giacciono malamente stipati nei locali del futuro museo. Stavano sicuramente meglio sottoterra…Sono ancora da ripulire, catalogare e studiare.
Il sito, con le relative strutture, è stato purtroppo interamente, e assai improvvidamente, ricoperto dal terreno di gioco del nuovo campo sportivo.
Rivedranno la luce le fornaci e le altre strutture che sono state nuovamente interrate?
Ai posteri l’ardua sentenza!
I resti di un’altra grande villa romana si trovano in contrada San Martino: nel sito non mancano gli affioramenti di reperti tipici degli altri siti, specialmente durante i lavori di aratura con mezzo meccanico (Proprietà Salvatore). Si ha notizia del rinvenimento di una bella statuetta di bronzo, raffigurante forse la dea Minerva.
In località “Fiumara”, nella proprietà di Santoro Raffaele, a poche decine di metri dal fiume Ufita e dal “Tratturo della Maddalena”, sono state rinvenute strutture murarie riferibili ad una struttura di culto o tempietto di età ellenistica (II secolo a.C.), da cui provengono molti unguentari fusiformi, ceramica a vernice nera e una statuetta di dimensioni naturali di marmo bianco proveniente da cave dell’isola greca di Paro.
La statuetta, priva della testa, raffigura un fanciullo grassoccio nudo seduto in terra, che si identifica nel prototipo ellenistico del “Fanciullo che strozza l’oca”, del tipo “Efeso”.
La testa ricciuta del fanciullo è in possesso di un privato, che occorre “convincere” a restituirla.
Anche questo sito, ovviamente sottoposto a vincolo di tutela ai sensi della legge 1089, è stato purtroppo rinterrato dopo i rilievi necessari.


La statuetta del fanciullo proveniente da Valle Ufita (Visione frontale e di spalle).
In tutte le strutture dell’epoca sono presenti numerosi contrappesi da telaio in argilla: hanno forma di tronco di piramide ed hanno un foro che li attraversa in prossimità della base minore. Attraverso questo foro passavano i fili da tenere tesi durante la tessitura, fatta naturalmente dalle donne.
Altro reperto costantemente presente in tutte le ville e/o impianti rustici individuati è costituito da resti di macine in pietra lavica, necessarie per la molitura dei cereali a livello domestico e utilizzate quindi come Pistrinum ( Mulino).
LA STELE FUNERARIA DI MARCUS MEVIUS
La stele funeraria è una lastra di pietra o un grosso blocco di pietra di dimensioni variabili, destinata a contrassegnare il luogo di una sepoltura. Proprio a partire dal I° secolo dopo Cristo la stele funeraria divenne uno degli elementi più caratteristici della cultura romana ed è documentata in tutto l’impero romano, con moltissime varianti locali, legate a volte anche alla reperibilità di materiali in loco.
La nostra elegante, bella e ben conservata stele funeraria venne fuori alla fine degli anni ottanta in località “Aia di Cappitella” di Carife, in un sito adiacente, sul lato nord, a quello dell’insediamento del Neolitico, durante i lavori di urbanizzazione del Piano di Zona- Area B.
Giaceva in profondità con l’iscrizione rivolta in basso e, chiaramente, si trovava nello stesso sito in cui era stata collocata, nella prima metà del I° secolo dopo Cristo.

La stele funeraria di Marcus Mevius.
Gli indizi raccolti sul luogo del rinvenimento portano a localizzare con certezza nel sito un’area destinata all’“ustrinum”, cioè ad un luogo in cui avveniva il rito dell’incinerazione dei corpi: c’erano infatti tracce evidentissime di carbone e molti frammenti ossei carbonizzati. Non pochi erano i frammenti di ceramica di grosso spessore, appartenenti forse ad urne cinerarie.
Il rito dell’incinerazione è antichissimo ed è presente anche in alcune tombe della necropoli sannitica dell’Addolorata, sempre a Carife ( IV-III sec. a:C.) e in quella della vicina Serra di Marco.
Anticamente si credeva che il fuoco fosse un elemento purificatore, che illuminasse il passaggio dei defunti in un altro mondo e ne impedisse il ritorno.
La nostra stele è costituita da un grosso blocco monolitico di pietra “favaccia” o brecciato, pesa vari quintali e proviene, forse, da cave di Gesualdo o di Fontanarosa. Ma potrebbe trattarsi anche di una pietra reperita, come masso erratico, nei dintorni.
Una parte era destinata ad essere conficcata nel terreno dell’area sepolcrale.
E’ alta complessivamente circa 175 cm. , di cui cm. 55 per la parte grezza destinata ad essere interrata, cm. 101 per la parte lavorata, occupata dall’iscrizione e dalle incisioni, e cm. 18 per la parte superione a timpano triangolare, contenente il “GORGONEION”, con la testa di Medusa o Gorgone, che ha i capelli a forma di serpentelli e due delfini opposti laterali alla testa; due foglie di acanto o palmette a forma di conchiglia, sono state scolpite esternamente sui due angoli acuti .
Alla Medusa era affidato il compito di spaventare e di allontanare gli spiriti maligni.

Medusa/Gorgone e i due delfini
La stele, convessa e assolutamente grezza sul retro, è scalpellata grossolanamente sui due fianchi; ha uno spessore di 30 cm. verso il centro e di 20 cm. all’inizio della parte che era destinata ad essere interrata. La stessa misura troviamo in corrispondenza della base del timpano.
La parte interrata, che si presenta tondeggiante, ha uno sviluppo complessivo di circa 80 cm.. e presenta la forma e la fattezza originale del blocco.

L’Iscrizione della stele funeraria.
L’iscrizione, in eleganti caratteri augustei, si sviluppa su quattro righe o linee, ed è la seguente:
M.MEVIUS.P.F
COR.CLEMES
AED.Q.IIIIVIR.IUR.D:
SIBI ET SUIS
I caratteri che formano il primo rigo, quello relativo al nome del personaggio, sono alti cm. 6.
Quelli relativi al 2° e 3° rigo (contenente il “cursus honorum”, o carriera politica) sono leggermente più piccoli, essendo alti cm. 5.
Le 4 asticelle (IIII) che indicano quattuor e precedono VIR sono sormontate da una linea orizzontale.
La scritta sibi et suis, che si trova si trova più in basso rispetto alle linee precedenti, è alta cm. 4.
La parte interessata dall’iscrizione, alta circa cm. 101, larga circa 60 cm., presenta delle linee incise che la contornano a formare delle lesene ( per simulare una struttura architettonica con pilastri), distanti tra loro circa due centimetri.

Stele funeraria di Marcus Mevius: I due fasci littori e le linee incise.
Lateralmente sono scolpite due “Fasces Lictoriae” (fasci littori) senza l’ascia inglobata; esse sono larghe circa 5 cm. e sono alte, dall’ impugnatura, 36 cm.
L’iscrizione può essere interpretata come segue:
MARCUS MEVIUS PUBLII FILIUS
CORNELIANUS.CLEME(N)S
AEDILIS. QUAESTOR ( o QUINQUENNALIS?) .QUATTUORVIR IURE DICUNDO
SIBI ET SUIS
La traduzione è la seguente:
MARCO MEVIO FIGLIO DI PUBLIO
CORNELIANO (della tribù Cornelia), INDULGENTE/MODERATO
EDILE. QUESTORE. QUADRUNVIRO AMMINISTRATORE DI GIUSTIZIA
PER SE’ E PER I SUOI (FAMILIARI).
La Q potrebbe però significare anche quinquennalis, visto che quella del Quaestor è la carica più bassa del “Cursus Honorum” (Carriera politica) e poteva essere ottenuta all’età di 28 anni.
L’iscrizione, quasi certamente, elenca le cariche da quella di grado più basso a quella di grado più alto.
Il magistrato MARCO MEVIO, quadrunviro del Municipium di Aeclanum, fu cremato e sepolto ad “Aia di Cappitella” di Carife, insieme ai suoi familiares, evidentemente perché qui aveva possedimenti, villa o altre attività.
Sempre nel Municipio di Carife sono conservate altre due iscrizioni funebri, provenienti dal territorio, registrate ai numeri 1412 e 1413 del C.I.L. (Corpo delle Iscrizioni Latine) VOL IX.
Una lapide, alta cm. 54, larga cm. 66, riporta la seguente iscrizione:
SALVIUS. L.L. AGATO
PATULACIA P.L. PHILEMATIO
ET
P.PATULACIO BASSO
Traduzione:
SALVIO . LIBERTO DI LUCIO. (DEDICA) AD AGATO
PATULACIA (DEDICA) A PUBLIO LUCIO FILEMAZIO
E
A PUBLIO PATULACIO BASSO
La lapide, forse del II sec. d.C., crollò insieme al muro della casa, nel quale era stata inserita come materiale riutilizzato, per effetto del disastroso terremoto del 23 novembre 1980 e si spezzò in più parti.
In essa è evidente una certa inesperienza del lapicida nel suddividere gli spazi occorrenti per l’incisione delle lettere e, in particolare, la “o” finale del nome PHILEMATIo risulta rimpicciolita per mancanza di spazio.
L’altra iscrizione è su di un frammento di un cippo a baule di tipo lucano e reca la scritta D.M. (Agli dei Mani/Inferi) ed il nome ALBANIO.
Si intravedono anche altre lettere che non risultano chiare, tranne una V (Vixit?)
Le persone nominate nelle tre iscrizioni funebri trovano confronti in personaggi riscontrati anche in territorio beneventano.
Sulla gens Mevia si è soffermato il Prof. Rosario Rovira Guardiola nel XII Congresso internazionale di Epigrafia Greca e Latina (pp. 1265 e seguenti), ritenendola appartenere alla categoria dei commercianti. Appartiene a questa gente anche il nostro Marcus Mevius?
LA STRUTTURA POLITICA ED AMMINISTRATIVA DEL MUNICIPIUM
Dalle fonti antiche e dalle iscrizioni rinvenute, compresa ovviamente quella del nostro Marcus Mevius, è possibile ricostruire la struttura politica ed amministrativa del Municipium romano, nel nostro caso Aeclanum, alla cui pertica dovette appartenere, come detto in precedenza, anche il territorio di Carife in epoca romana, visto che nella stele si fa riferimento alla tribù Cornelia, la stessa di Aeclanum
Non sono state trovate fino ad ora tracce di altri Municipi più vicini: novità potrebbero venire dall’abitato individuato a Fioccaglia (non sono state ancora rinvenute iscrizioni) o dalla conferma definitiva dell’esistenza di un Municipium ipotizzato a Frigento.
Il nostro Marcus Mevius, stando al “ cursus honorum” (elenco delle cariche rivestite), è stato
AEDILIS, QUAESTOR e QUATTUORVIR IURE DICUNDO
L’EDILE, era addetto alla cura delle strade, degli edifici, dei costumi, all’organizzazione di alcuni giochi, alla sorveglianza di fiere e di mercati e alla vigilanza sulla sicurezza pubblica.
Il QUAESTOR (QUESTORE) esercitava funzioni amministrative ed amministrava la cassa pubblica.
L’ordinamento municipale prevedeva a capo della città un collegio di magistrati, i QUATTUORVIRI IURE DICUNDO, un quadrunvirato di magistrati che svolgevano le funzioni giudiziarie. Ciascuno di loro era detto “Quattuorvir”.
La condizione era contraddistinta dal fascio littorio, sul quale vale la pena spendere qualche parola.
I “fasces lictoriae” ( I fasci littori) erano, nell’antica Roma, un simbolo di potere e di autorità superiore (imperium).
Si trattava di un fascio cilindrico di verghe, a simboleggiare il potere, tenute insieme da fasce di colore rosso. Esso talvolta inglobava un’ascia, per simboleggiare il potere di vita e di morte.
A volte il fascio veniva usato per fustigare sul posto i delinquenti e l’ascia veniva usata per infliggere la pena capitale.
Essi servivano anche come mezzo di difesa da parte della scorta di “Lictores”, i particolari servitori dello stato incaricati di recare i fasces.
Al tempo del nostro Marcus Mevius, divennero appannaggio dei magistrati maggiori, cioè quelli dotati di imperium, e venivano trasportati davanti al magistrato, in numero corrispondente al suo rango, nelle cerimonie pubbliche e nelle ispezioni.
Marco Mevio, nella sua qualità di Pretore, aveva diritto a due littori in città e a sei littori quando usciva sul territorio.
Egli, per la carica, aveva anche funzioni annonarie (oltre a soprintendere a fiere e mercati), curava cioè le rendite annuali in denaro e in natura del Municipium; aveva, infine, compiti di sorveglianza sulle strade e sugli edifici pubblici.
Ogni cinque anni i due magistrati superiori assumevano anche funzioni censorie e redigevano la lista dei “decuriones”, decurioni o consiglieri del senato locale, organo che garantiva sia la stabilità che la continuità del potere a livello locale.

VIA MARCO MEVIO…
PER CONCLUDERE…
A Marco Mevio il nostro Comune ha di recente intitolato una via proprio nel luogo di rinvenimento della stele funeraria a lui dedicata.
Avrà avuto nel corso della sua vita meriti tali da invogliare e spingere i nostri amministratori a intitolargli una strada?
Per ironia della sorte beffarda, proprio nelle vicinanze della via intitolata a Marco Mevio, ce n’è un’altra che, nella stessa seduta di Consiglio, è stata intitolata agli Irpini…cui sicuramente gli antenati di Marco Mevio, se non lui stesso, avevano espropriato e sottratto le terre e, quel che più conta e scotta, l’identità culturale.
Ma forse l’intento dell’Amministrazione comunale era quello di voler favorire, proprio qui a Carife, l’incontro tra il lupo irpino (Hirpus in lingua osca = significa Lupo) e la lupa capitolina…
Ma le due vie sono parallele e…non si incontrano mai: l’incontro, anche con tutte le buone intenzioni dei nostri amministratori, non è riuscito ed è fallito anche questa volta!
E noi chi siamo? Siamo discendenti degli Hirpini, di Marcus Mevius, di entrambi, o di chi altri tra tutti quelli che si sono avvicendati sul nostro territorio?
Prof. Raffaele LOFFA
(Docente di Lettere in quiescenza)
______________________________________________________________
Nel 1998 iniziarono a Carife i lavori di costruzione del nuovo campo sportivo in località “Tierzi” o “Piano Cavallina”, a Est del paese. Nella prima fase di “scorticatura” del terreno vegetale si evidenziò la presenza di strutture murarie ed affiorarono numerosi frammenti di vasellame e di laterizi di vario tipo. Si ipotizzò la presenza dell’ennesimo insediamento rustico di epoca romana e si richiese l’intervento immediato della Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento. Con i mezzi meccanici presenti sul posto si diede inizio ad un’indagine esplorativa, volta a valutare la consistenza dell’insediamento e, nel contempo, fu avviato uno scavo con l’impiego di alcuni operai idraulico-forestali, dipendenti della Comunità Montana Ufita, sicuramente non specializzati per fare un lavoro del genere.
Nel frattempo però i lavori stranamente non furono sospesi e, prima ancora di verificare l’entità e l’estensione delle strutture affiorate, se ne permise la continuazione.
L’Amministrazione Comunale, per dotare la Comunità carifana di un impianto sportivo atteso da troppo tempo, aveva contratto un mutuo con l’Istituto per il Credito Sportivo ed aveva tutto l’interesse a non interrompere i lavori, considerato anche che erano imminenti le elezioni amministrative (1999).
I lavori di indagine esplorativa sistematica e di scavo furono poi affidati da parte della Soprintendenza ad una Cooperativa specializzata e un archeologo, il Dott. Roberto Esposito, ne curò quotidianamente la sorveglianza.
Vennero fuori strutture murarie, costruite con la tecnica tipica delle altre presenti sul territorio ufitano, in particolare quelle di Aeclanum (Passo di Mirabella) e “Chioccaglia” di Flumeri. Risultavano impiegati ciottoli e pietrame con frequenti intercalari di laterizi e tegoloni.
La presenza di numerosi esemplari di laterizi (almeno dodici tipi diversi), le numerose strutture di combustione, le numerose fornaci portate alla luce, le sistemazioni idrauliche del complesso, i numerosi frammenti di anfore e di doli, i confronti con altre strutture analoghe del mondo romano, portarono subito ad individuare nel sito un centro artigianale attivo tra il I ° secolo a. C. ed il I° secolo d. C., cosa questa documentata anche dalle numerose monete rinvenute nel corso dello scavo.
Purtroppo anche in questo caso come nei precedenti, salvo qualche piccola eccezione, i risultati dello scavo non sono stati pubblicati e sono rimasti solo nella mente di qualcuno, non consentendo la diffusione di conoscenze, che aiuterebbero tutti noi a ricercare le nostre radici.
Questo piccolo lavoro si propone proprio questo: diffondere la conoscenza di un episodio della ricca ricerca archeologica condotta sul nostro territorio, che troppo spesso si è limitata a recuperare frettolosamente e a portar via reperti assai importanti per la nostra storia passata.

1998: Così si presentava il sito a scavo ultimato e a campo sportivo spianato.

Così si presenta oggi il sito: il campo sportivo è stato ormai completato.
L’argilla, diffusa in tutto il territorio del comune di Carife, ha sempre invogliato l’uomo a lavorarla. Abbiamo testimonianze di questa attività a partire già dal VI millennio a.C., come documentano le strutture di combustione o fornaci del Neolitico, rinvenute ad “Aia di Cappitella” (Vedi a tal proposito l’articolo sul sito preistorico di “Aia di Cappitella”, presente sul sito).
L’attività è stata sempre presente a Carife, senza soluzione di continuità, fino ai nostri giorni. Oltre alle più antiche fornaci neolitiche abbiamo testimonianze di fornaci sannitiche e romane. Le fornaci hanno prodotto “ruagne” e vasellame di uso quotidiano, utili ad una civiltà pastorale e contadina e coppi, tegoloni, mattoni e laterizi necessari, nel tempo, per la costruzione di case, ville rustiche e tombe.
Altre motivazioni che hanno favorito questo tipo di attività vanno ricercate nella presenza dell’acqua e nella facilità con la quale ci si poteva procurare la legna necessaria per la cottura dei manufatti in argilla. Le fornaci erano presenti su tutto il territorio comunale, centro abitato compreso.

Resti di fornace preistorica in Contrada “Tierzi”
Il complesso artigianale portato alla luce in contrada “Tierzi” si sviluppava su diversi ambienti ed era dotato di un sistema di canalizzazione per lo smaltimento e la regimazione delle acque meteoriche. L’argilla necessaria era sicuramente estratta nelle vicinanze, cosa questa che avverrà anche per le fornaci di epoche successive.

Campo sportivo: sono visibili gli strati di argilla alternati con l’arenaria
Gli ambienti erano stati realizzati in funzione dell’attività che vi si svolgeva: era presente infatti uno spazio necessario per la conservazione, in apposite fosse tondeggianti scavate nel terreno, dell’argilla impastata in attesa della lavorazione e che necessitava di essere mantenuta al fresco, affinchè non si indurisse. Erano evidenti inoltre le tracce lasciate nel terreno dai pali che dovevano sostenere una tettoia sotto cui avveniva lo stoccaggio dei laterizi pronti per la vendita. Sempre all’interno sono state trovate delle macine di lava (una era integra), necessarie per la triturazione dell’argilla e forse utilizzate anche come “pistrinum” per la frantumazione dei cereali, onde ricavarne farina. Non si esclude che potessero essere anche usate come volano per il tornio.

Panoramica del complesso artigianale di contrada “Tierzi”

Particolare dei muri e delle 4 fosse per conservare l’argilla impastata
In uno degli ambienti furono trovati degli stampi o delle matrici necessari per la fabbricazione di lucerne, mascheroni ed antefisse. L’argilla veniva spinta nei calchi e si ricavava l’oggetto che poi veniva cotto. Assai significativo uno stampo per lucerne raffigurante uno splendido satiro riprodotto nell’atto di suonare una zampogna. Furono inoltre rinvenute matrici di decorazioni per capitelli in argilla e per ricavare volti umani.
Tutti questi prodotti, unitamente ai mattoni, alle tegole, ai coppi, ai doli e a vari tipi di laterizi, dovevano far fronte alla richiesta di materiali edili provenienti da abitanti e coloni della valle dell’Ufita, che qui andavano costruendo impianti rustici e ville, necessari per la lavorazione della terra e per l’allevamento del bestiame. Il dolio, un grosso tipo di vaso generico, era destinato a contenere cereali e semi ed era usato nei grandi magazzini degli impianti rustici.
La scoperta di questo centro artigianale rappresenta un tassello assai importante per approfondire la conoscenza delle varie fasi della romanizzazione in territorio ufitano.
(Leggi a questo proposito nel sito l’articolo relativo alla “romanizzazione” della Valle dell’Ufita e all’iscrizione di Marcus Mevius, rinvenuta ad Aia di Cappitella, sempre a Carife).

Il complesso visto da Sud: si notano le strutture murarie e le tracce di fornaci gradualmente abbandonate ed inglobate successivamente nei vari ambienti
I muri facevano pensare ad ampliamenti successivi e progressivi ed in qualche caso erano di sottoscarpa. Tutti presentavano la tecnica dell’opus incertum (opera incerta), opus latericium (opera in mattoni) e, in qualche breve tratto, anche opus spicatum (opera a spina di pesce).
Nelle strutture murarie erano stati riutilizzati anche molti scarti di lavorazione e grossi frammenti di anfore e doli, oltre a tegoloni interi o malformati per eccesso di cottura.
Si vedevano chiaramente anche gli spazi delle porte di comunicazione fra i vari ambienti ed era visibile anche una bella soglia, pertinente ad una porta di accesso dall’esterno.

Il complesso di fornaci con al centro quella più grande e meglio conservata
Nel mondo romano la lavorazione dell’argilla prevedeva varie fasi o passaggi. L’argilla estratta dalle cave veniva fatta macerare per diverso tempo nell’acqua, quindi era impastata, lavorata e sagomata mediante apposite forme e infine fatta essiccare in ambienti aerati e riparati dalla luce diretta del sole, di solito costituiti da tettoie. Una volta cotti i manufatti venivano immagazzinati per la vendita. Naturalmente, oltre all’argilla, era richiesta una notevole quantità di acqua, indispensabile in tutte le fasi della lavorazione.
Durante lo scavo è emerso un bel pozzo perfettamente conservato e profondo circa quattro metri; forniva evidentemente l’acqua necessaria al funzionamento dell’impianto. La sua bocca era costituita da pezzi di un grosso dolio ed era dotato di una serie di fori lungo le pareti. L’acqua veniva estratta probabilmente utilizzando il tipo più antico di argano, costituito da un palo biforcuto conficcato nel terreno e da un altro poggiato ed inserito orizzontalmente su di esso. Il palo aveva la possibilità di oscillare sull’inforcatura ed aveva, legato ad un’estremità, un contrappeso in grado di bilanciare il recipiente collegato all’altro capo. Il recipiente (“situla” = catino) veniva calato giù e, una volta riempito d’acqua, occorreva tirarlo su: la risalita del secchio colmo era facilitata proprio dal contrappeso agganciato all’altra estremità.

Il pozzo nella fase dello svuotamento
Il catino, una volta tirato su, veniva svuotato in una canalizzazione che raggiungeva la vasca che bisognava riempire. Lo scavo ha evidenziato la presenza di diverse vasche di varia grandezza necessarie per la decantazione e l’impasto dell’argilla. Erano pavimentate e rivestite con laterizi, tegoloni e materiali riutilizzati. Una tegola riutilizzata nella pavimentazione recava inciso un sigillo rettangolare con l’iscrizione OPURUS, quasi certamente il nome del fornaciaio: una sorta di marchio di fabbrica dell’epoca. Le vasche, cinque in tutto, erano collegate tra di loro mediante un sistema di canalizzazioni costituite da coppi e da “fistule”, tubi di argilla opportunamente incastrati l’uno nell’altro, ed erano poste a diversi livelli: una volta riempita la prima, l’acqua canalizzata passava nella seconda, e così di seguito.

Il pozzo dopo lo svuotamento

Particolare della bocca del pozzo
Lo scavo in località “Tierzi” ha portato alla luce numerose fornaci abbastanza ravvicinate. Quasi certamente la pesante usura subita dalle strutture in presenza di fuoco continuato rendeva più conveniente abbandonarle e ricostruirle, in quanto un restauro sarebbe risultato sicuramente più oneroso.

Una fase dello scavo della fornace
La fornace romana era solitamente costituita da un “Praefurnium” ( Prefurnio = bocca del forno), una camera da fuoco e una camera per la cottura. Il prefurnio serviva per la preparazione delle braci che poi venivano spinte nella camera da fuoco, che normalmente era interrata per evitare la dispersione del calore. Nella camera da fuoco erano presenti dei supporti in materiale refrattario, in grado di sostenere i pezzi da cuocere (vasi, mattoni, ecc.). Le fornaci erano dotate di una copertura leggera che, una volta cotti e raffreddati i pezzi, veniva smontata e rifatta dopo ogni cottura. Una delle fornaci era particolarmente bella e ben conservata e presentava tecniche di costruzioni diverse, essendo formata sia con mattoni e blocchetti di argilla cruda, che con tegoloni, frammenti di anfore e strutture murarie relative ad altre fornaci abbandonate o dismesse. Era lunga circa 4,5 metri e larga circa 3,5 metri.
La fornace, dotata di piani di appoggio laterali ellissoidali e di un piano d’appoggio centrale larghi più di 50 centimetri, era pavimentata ed era dotata di un canale di scolo o di drenaggio, fatto con coppi/embrici piuttosto grandi. Il prefurnio era esposto a Sud-Ovest, al riparo dai venti freddi del Nord e dell’Est. Nel riempimento della fornace fu trovato un grosso coperchio di dolio, forse utilizzato a chiusura della botola di ispezione della fornace o come chiusura di un grosso camino di tiraggio. Il suo diametro è di 55 centimetri.

Il coperchio di dolio rinvenuto tra il materiale di riempimento della fornace

La fornace meglio conservata del complesso di Contrada “Tierzi”

Fornace romana di Contrada “Tierzi”: i piani di appoggio e il doppio corridoio
I mattoni di argilla cruda disposti lateralmente, sul fondo e a sostegno del piano di appoggio centrale erano ancora crudi: il che lascia ipotizzare che la fornace, dopo la sua costruzione, non fu nemmeno collaudata o provata ed il sito fu completamente abbandonato, forse a seguito di un catastrofico terremoto o di altra calamità naturale.
Il numero elevato di fornaci, in un impianto di questo tipo, era giustificato dal fatto che esse potevano essere usate in batteria e contemporaneamente: quando una veniva caricata, l’altra era in cottura e l’ultima veniva svuotata.
Si trattava dunque di un complesso artigianale di media dimensione, destinato a servire un bacino di utenza e di acquirenti relativamente ridotto, forse limitato al solo circondario territoriale ufitano.
Come si è detto in precedenza le strutture murarie nei pressi delle fornaci, inglobanti anche fornaci dismesse, avevano una funzione ben chiara: sembrerebbero essere pertinenti ad essiccatoi coperti, dove i manufatti di argilla fresca venivano messi ad asciugare in attesa della cottura. Altre strutture servivano per lo stoccaggio dei prodotti pronti per la vendita, altre ancora per tenere al fresco l’argilla in attesa di essere lavorata.
Non possiamo escludere che alle strutture legate alle fasi produttive fosse annessa anche un’abitazione per i padroni e per gli eventuali operai che lavoravano nell’impianto. Questa ipotesi è sicuramente avvalorata dal ritrovamento di un gran numero di oggetti di uso comune in una casa e di un enorme numero di frammenti di ceramica da cucina e da mensa.
Molti dei frammenti di vasi ritrovati erano legati ad attività connesse con la stessa lavorazione dell’argilla: tra questi sicuramente quelli pertinenti ai doli e ad altro vasellame destinato a contenere il vino, oltre a quelli di uso comune in cucina.

Grosso pezzo di dolio rinvenuto durante lo scavo (è spesso 7cm)

Parte superiore con orlo e ansa di un’anfora vinaria

Orli di doli di notevoli dimensioni e pezzo di tegolone con contrassegno
Lo scavo ha restituito anche numerosi frammenti di “Testum” o di “Testa”, che in latino significa, in genere, vaso di terracotta. Entrambi i termini sono ancora presenti nel nostro dialetto e in quello dei paesi vicini: la “testa” è un vaso di terracotta usato come contenitore per piante, “lu tiest” invece è un coperchio. Quest’ultimo, fornito di un incastro e di un orlo rialzato, serviva per coprire il recipiente nel quale veniva cotto il cibo (ad esempio una focaccia): Il recipiente veniva posto sulla brace e una parte di essa veniva messa proprio sul “testum” o coperchio. Fino a qualche tempo fa il sistema di cottura era ancora utilizzato nelle nostre case, soprattutto per cuocere la gustosissima pizza di farina di granone “rint’ a lu chingh’”.
Molti reperti, recuperati sempre nel corso dello scavo, hanno confermato anche la presenza dell’abitazione del fornaciaio e della sua famiglia. Si tratta di oggetti di uso comune in una casa: aghi di osso, stili appuntiti di avorio per la scrittura, oggetti in bronzo come spilloni con asola, pinzette, un colino, due fibule, strumenti per applicare il trucco, lucerne, ecc.
Erano inoltre presenti utensili di uso domestico, spesso decorati, e non mancava la ceramica aretina sigillata, un vasellame da mensa di lusso per quell’epoca.
Furono inoltre trovati numerosi pesi da telaio e fusaiole, che documentano anche la pratica della lavorazione della lana. Molti anche i resti ossei della carne consumata nel sito rinvenuti nelle stratigrafie.

Frammento di testum (coperchio) destinato a reggere la brace su ciò che si cucinava
Tra gli oggetti recuperati quello che suscitò maggiore curiosità e, come è facile immaginare, una grande ilarità fu sicuramente un “elegante” ed eretto fallo in piombo fuso, perfettamente rappresentato in ogni particolare anatomico.
Nell’antichità il simbolo del fallo, riprodotto in tutti i materiali possibili, oltre a simboleggiare la vita, aveva un grande valore apotropaico: collocato nelle case o sulle facciate di esse serviva ad allontanare o ad annullare gli influssi magici maligni; era l’equivalente del nostro toccare…ferro .
A Pompei un fallo in pietra, inserito nella facciata, contrassegnava il “Lupanare”, una casa di appuntamento in cui si potevano incontrare donne a pagamento.
Sempre nel corso dello scavo furono rinvenute numerose monete che hanno aiutato a datare con certezza il complesso artigianale di contrada “Tierzi”, attivo, come detto in precedenza, tra il I ° secolo a.C. ed il I° secolo d.C.
Delle monete parleremo più avanti.
Le fornaci di Contrada “Tierzi” producevano sicuramente tegoloni e coppi (embrici) necessari per la costruzione di case e tombe.
I tegoloni solitamente misuravano cm. 50 per 60 o 70, erano dotati di due alette o bordi sollevati ed avevano appositi incastri; inseriti uno dietro l’altro venivano utilizzati per la copertura delle case e sui due bordi rialzati venivano sistemati gli embrici o coppi, quasi uguali nella forma, nella tipologia e nelle dimensioni a quelli prodotti, sempre a Carife, fino a qualche decennio anno fa.
I tegoloni trovavano largo impiego anche nella costruzione delle tombe “alla cappuccina”, già in uso a Carife anche in periodo sannitico.

Tomba “alla cappuccina” di epoca sannitica dalla necropoli dell’Addolorata di Carife (IV sec. a.C.)

Tegolone fabbricato in Contrada “Tierzi” (misure 50X60 centimetri)
Spesso sui manufatti stesi ad asciugare ed ancora freschi gli operai tracciavano con le dita o con punzoni dei segni o delle incisioni. In qualche caso si è trovata l’impronta di una mano.
Altre volte invece sono state trovate le impronte di animali che vi hanno camminato sopra, sempre quando i laterizi erano freschi ed erano ancora stesi ad asciugare sotto le tettoie, in attesa della cottura nelle fornaci. Le orme trovate più frequentemente sono quelle di capretti o agnelli e di cani.
Durante lo scavo emerse anche un vero e proprio piano pavimentato, utilizzato come stenditoio dei laterizi freschi: Era costituito da grossi lastroni di argilla giustapposti segnati da fasci di linee incise che si intersecavano. Lastroni dello stesso tipo erano stati anche impiegati, unitamente ad altri di diversa tipologia, per pavimentare il fondo delle vasche di depurazione/macerazione e di impasto dell’argilla.

Tomba di bambino “alla cappuccina” della Necropoli dell’Addolorata (IV sec. a.C.): Si vedono chiaramente le impronte lasciate da un cane

Mattoni prodotti dalle fornaci della contrada “Tierzi”
Nel complesso artigianale di Contrada “Tierzi” si producevano diversi tipi di laterizi e mattoni; diverse erano anche le dimensioni: si andava dai “pedales” quadrati, con il lato di un “piede” (per i Romani il piede equivaleva a 29,6 cm.), ai “sesquipedales” (lati di un piede e mezzo), e infine ai “bipedales (con lati di due piedi). Diverso era anche lo spessore, che variava dai 3 ai 4 cm.
Le misure non erano comunque canoniche e spesso si avvicinavano per difetto di poco più di un centimetro.

Laterizi recuperati durante lo scavo in Contrada “Tierzi”
Le fornaci producevano anche dei mattoni di tipo particolare: un mattoncino rettangolare piuttosto sottile, certamente utilizzato per l’opus spicatum (spina di pesce) e un mattone a settore circolare o a segmento d’arco, utilizzato in edilizia per la costruzione delle colonne. Ovviamente il raggio variava in funzione del diametro che si voleva dare alla colonna stessa.
Nel sito sono stati trovati anche frammenti di mattoni forati, utilizzati per formare condotte di scolo e per la distribuzione dell’aria calda negli edifici dotati di impianto di riscaldamento centralizzato (come i locali termali) e nelle case o ville dei patrizi.
Un mattone, prodotto in larga scala dalle fornaci, era di forma quadrata, aveva un lato di 28 cm. e le due diagonali erano profondamente incise: un colpo al centro ne produceva la rottura proprio in corrispondenza delle diagonali e si ricavavano quattro mattoncini triangolari, anch’essi certamente utilizzati per l’opus spicatum o per creare altri motivi architettonici.

I mattoni con le diagonali incise (cm. 28x28)
Le fornaci, come detto in precedenza, producevano anche dei “bipedales” (lato di due piedi = circa 60 centimetri) spesso segnati da fasci intersecantisi di linee incise parallelamente: sono quelli trovati nella pavimentazione di alcune vasche e impiegati anche per costruire il piano su cui venivano stesi ad asciugare i manufatti di argilla ancora freschi, appena liberati dalle forme di legno.
Alcuni laterizi avevano forma rettangolare: i più numerosi avevano i lati di 31 e 33 centimetri ed erano spessi 3 cm., altri avevano le dimensioni di cm. 33x20 ed erano spessi 4 centimetri.
Non sempre le forme erano perfette e talora presentavano deformazioni, che erano dovute ad eccesso di temperatura durante la cottura.
Come si può ben vedere la produzione di laterizi nelle fornaci romane di Contrada “Tierzi” era varia ed assortita ed era sicuramente in grado di rifornire di materiali un bacino di utenza abbastanza esteso, che richiedeva manufatti grossolani ma anche abbastanza pregiati.
Abbiamo detto in precedenza che durante gli scavi nel complesso artigianale di contrada “Tierzi” furono rinvenute numerose monete (almeno una ventina), che hanno permesso di datare la frequentazione del sito, e quindi la pratica dell’attività artigianale, in un arco di tempo che abbraccia gran parte del I° secolo a.C. e del I° secolo d.C..
Le monete rinvenute non sono successive al 73 d.C.: il che lascerebbe supporre che il definitivo abbandono del sito sia da collocare proprio in questo periodo. Si pensa al disastroso terremoto che avrebbe colpito l’area proprio nel 73, precedendo di qualche anno la catastrofica eruzione del Vesuvio, che nell’agosto del 79 d.C. seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano.
Tra le monete recuperate due, in argento, erano particolarmente belle ed interessanti, oltre che in buono stato di conservazione: la prima è di Agrippina Maggiore (14 a.C. – 33 d.C.), figlia del generale Marco Vipsanio Agrippa e moglie del generale Germanico, dal quale ebbe nove figli, tra i quali Agrippina detta Minore e Caio Cesare, il futuro imperatore Caligola. Dopo la morte del marito, nel 19 d.C. , Agrippina fu mandata in esilio dall’imperatore Tiberio, il quale temeva che i suoi figli potessero aspirare al trono.

Una delle monete che il Senato di Roma dedicò ad Agrippina Maggiore
La moneta è elencata e descritta al n. 81 del Catalogo delle monete romane del “British Museum”
Il padre di Agrippina, Marco Vipsanio Agrippa (63 a.C.-12 a.C.) fu generale ed uomo politico e sposò in terze nozze Giulia, figlia di Ottaviano. Sconfisse ad Azio (31 a.C.) le forze di Antonio e Cleopatra. In seguito alla vittoria di Ottaviano, divenuto poi primo imperatore romano con il nome di Augusto, Agrippa divenne uno dei suoi consiglieri più fidati e gli furono conferite cariche assai importanti. In qualità di edile fece costruire a Roma numerose opere pubbliche, tra cui il Pantheon, tempio dedicato a tutte le divinità romane (27 a.C.).
Agrippina Minore, sorella di Caligola, dal primo marito Gneo Domizio Enobarbo ebbe Nerone, futuro imperatore. Nel 49 d.C. sposò, in terze nozze, l’imperatore Claudio che, convinto dalla moglie, adottò Nerone come figlio ed erede. Nel 54 Claudio fu avvelenato, quasi certamente dalla stessa Agrippina, che riuscì così nel suo progetto/intento di mettere sul trono il figlio Nerone, sul governo del quale impose la propria tutela, finchè questi la fece uccidere per mano di un sicario.
L’altra moneta appartiene a Marco Antonio (Roma 82 a.C. – Alessandria d’Egitto 30 a.C.), generale ed uomo politico romano. Dopo diverse vicende che lo videro sempre protagonista, nel 42 a.C., dopo la battaglia di Filippi , incontrò la regina Cleopatra, della quale si innamorò e l’anno successivo la seguì in Egitto.
Nel 31 a.C. le navi di Antonio e Cleopatra furono sconfitte dalla flotta di Ottaviano ad Azio, come abbiamo detto precedentemente.

Moneta con Marco Antonio (lato A) e Cleopatra (lato B)
(L’immagine è riportata e descritta al n° 115 del manuale del Montenegro “Monete Imperiali Romane”)

E’ un disegno della moneta precedente
Cleopatra (Alessandria d’Egitto 69-30 a.C.), riprodotta sulla nostra moneta insieme a Marco Antonio, fu l’ultima regina della dinastia tolemaica; regnò sull’Egitto col nome di Cleopatra VII dal 51 al 30 a.C. ed è passata alla storia per le sue turbinose relazioni sentimentali con Giulio Cesare e, appunto, con Marco Antonio. Dalla relazione con Caio Giulio Cesare era nato Cesarione. Nel 40 a.C., dalla relazione con Marco Antonio erano nati due gemelli; 4 anni dopo i due si sposarono ed ebbero un terzo figlio.
Nell’agosto del 30 a.C., quando venne espugnata la città di Alessandria, Antonio e Cleopatra si suicidarono (secondo la leggenda la regina si fece mordere al seno da un aspide, un serpente della famiglia dei viperidi, detto poi “aspide di Cleopatra). Cesarione fu giustiziato da Ottaviano e l’Egitto passò nelle mani di Roma.
I reperti recuperati nel corso degli scavi in Contrada “Tierzi” furono sistemati in un centinaio di casse e giacciono ora, stipati alla meno peggio, in una stanza dell’edificio costruito per essere destinato a museo dei reperti preromani e romani di Carife e della Baronia.
Sono ancora in attesa che qualcuno si occupi di loro: andrebbero puliti, studiati e quanto meno catalogati. Alcuni vasi rotti andrebbero ricomposti e restaurati. Il condizionale è d’obbligo in un momento in cui le risorse finanziarie sono ridotte all’osso o mancano del tutto.
La vicenda del Museo Archeologico di Carife sta diventando una telenovela infinita, degna di “Striscia la notizia” e delle attenzioni del famoso Gabibbo.
I palleggi di responsabilità e i defilamenti di chi dovrebbe concretamente adoperarsi per l’apertura del museo, ormai completato, non servono per giustificare l’ennesimo spreco di denaro pubblico, almeno fino a questo momento.

Alcune delle casse di reperti del complesso artigianale di Contrada Tierzi
Le strutture murarie e le fornaci romane di Contra “Tierzi”, sottovalutate all’inizio nella loro estensione ed importanza, per una serie di considerazioni non sempre comprensibili, furono reinterrate in attesa…di tempi migliori.
Il Comune successivamente ha inteso completare il campo sportivo, facendo costruire anche le gradinate e rinviando alle calende greche una pur possibile fruizione delle strutture, dissepolte e subito nuovamente e frettolosamente… sepolte.
I reperti aspettano ancora di essere studiati, sistemati e catalogati, onde essere esposti nel museo e documentare un altro periodo della storia della presenza umana in territorio carifano.
Una considerazione finale bisogna farla per onor del vero: le strutture erano sicuramente delicate, di difficile manutenzione e di complesso restauro e la decisione di reinterrarle, una volta completato lo scavo e lo studio, potrebbe anche apparire giustificabile e comprensibile.
Si spera però che le modalità di reinterro delle strutture e gli accorgimenti adottati ne garantiscano la conservazione e consentano alle generazioni future di ritrovarle, un giorno, in buone condizioni e di trattarle meglio di quanto (non) abbiamo saputo fare noi.
Nel frattempo la costruzione delle gradinate ha prodotto la distruzione anche della necropoli a servizio dell’insediamento: rimangono solo i resti di una tomba, sconvolta dalle impietose pale meccaniche.
Ma forse il triste presagio aleggiava già nell’aria: un giorno un mulinello di notevole forza ghermì e avvolse i fogli, sui quali il disegnatore stava riproducendo le strutture e le fornaci, li portò verso il cielo e sparirono nell’azzurro, diventando piccoli come coriandoli. La borsa che conteneva i disegni dei giorni precedenti ed altri materiali, tra cui la macchina fotografica, fu sollevata e scagliata in fondo al pozzo ormai svuotato e ripulito dei detriti: uno spiritello dispettoso e vendicativo o il folletto abitatore di quel luogo?
Un particolare e doveroso ringraziamento va rivolto al Geometra Gaetano Innamorato e al Ceramista Sig. Giovanni Cafora per aver messo a disposizione la documentazione fotografica in loro possesso.
PROF. RAFFAELE LOFFA
(EX DOCENTE DI LETTERE)
__________________________________________
Carife, Capitale dell'archeologia irpina.
Scrive il Giustiniani su Carife: "Si
ritiene essere di origini molto antiche ma mancano monumenti per
testimoniarlo", adesso i monumenti ci sono e testimoniano le origini
antichissime (III millennio A.C.). Negli anni settanta ebbero inizio scavi
sistematici che, a seguire, hanno portato alla luce vari oggetti
da far risalire il primo insediamento, sul nostro territorio, al V-IV
millennio avanti Cristo. La presenza umana maggiormente documentata resta,
però, quella dei Sanniti che si stabilirono tra il V e IV secolo a.C...
Come i Sanniti giunsero nel nostro territorio, non è dato sapere con
precisione ma come quella di altri popoli anche la storia del popolo Irpino
comincia con una leggenda.
Gli Osci che insieme agli Umbri e agli Etruschi appartenevano alla popolazione della nostra penisola, dette "popolazioni italiche", attorno all'anno mille a.C., durante le migrazioni alla ricerca di pascoli, periodicamente stanziavano fondando villaggi. Quando la natura era propizia e la popolazione aumentava in numero ed il benessere e la pace regnavano, quell'anno veniva dichiarato sacro, come il nostro Anno Giubilare, ed era detto "Ver Sacrum". nell'anno sacro vi era un notevole movimento di genti verso i santuari con nuovi incontri e nuovi progetti per cui si formavano nuove comunità che intraprendevano nuovi viaggi in cerca di pascoli e territori ove stabilire la nuova dimora. Nella "Ver Sacrum" anche un animale veniva scelto in base all'aumento numerico dei branchi e dichiarato sacro. Si narra che alcune comunità giunsero nel nostro territorio guidati da un lupo, proprio in occasione di una primavera sacra che dichiarò il lupo animale sacro, attorno al VI - V secolo a.C., ecco perché Irpini; la parola "Osca" "Hirpus" significa appunto lupo. Il percorso che veniva seguito nella "Ver Sacrum" era quello dei tratturi, quella rete di percorsi tracciati dal continuo spostamento di animali allo stato brado in cerca di nuovi pascoli e nuove dimore. Col tempo queste vie da antiche transumanze divennero strade principali dei popoli; è ovvio che i tratturi dalle nostre parti dovevano necessariamente costeggiare o intersecare in vari punti i fiumi per dissetare il bestiame, da quì l'ipotesi verosimile che il fiume Ufita rappresentasse un evidente richiamo al dissetarsi con la purezza delle sue acque. Un tratturo, in perticolare deve essere stato di rilevante importanza per i Sanniti, quello che dagli Abruzzi (attuale Pescasseroli) porta a Candela, in Puglia, che certamente attraversava la Valle Ufita posizionata nei pressi del santuario della dea Mefite (Valle d'Ansanto).
I Sanniti, stanziatisi nel
nostro territorio, composto da pianure, altopiani
e dorsali appenniniche, ebbero un ottimo sviluppo socio-economico sia per loro
intrinseche capacità sia perché favoriti dalla posizione geografica dei loro
insediamenti che oltre oltre a rappresentare un ostacolo ad eventuali
invasori, consentiva uno scambio continuo con le coste adriatiche e
tirreniche. Essi vivevano "Vicatim" e cioè per nuclei abitativi sparsi nel
territorio definiti poi, dai Romani quali "Vicus". Fu un popolo valoroso ed eternamente ostile a Roma,
guidato da Marte cui era sacro il lupo, e ciò costò loro molto caro; ad ogni
sconfitta subita venivano privati del territorio, espulsi e resi schiavi ma
impavidamente essi risorgevano, si ricongiungevano e riprendevano la lotta
accanendosi sempre più contro chi era più organizzato di loro nella lotta e
più esperto in armi. Non fu facile per i Romani rendere mansueti gli Irpini.
Romulea cadde lasciando sul terreno 2300 valorosi e consegnando ai Romani 6000
prigionieri che vennero condotti a Roma quali schiavi.
Le continue sconfitte piegarono ogni ulteriore iniziativa di ribellione;
piccoli focolai ribelli, troppo isolati, si spegnevano senza danno e così
dopo continue vessazioni dovettero accettare le regole imposte dal
vincitore.
Le strade vennero romanizzate, vennero costruiti ponti sul fiume Calore e
sull'Ufita per completare il percorso della via Appia. Quinctius Volgus che,
secondo Cicerone, era proprietario di una vasta estensione di territorio
irpino, contribuì alla definitiva acquisizione della cittadinanza romana
degli Irpini, quando vennero colonizzati definitivamente, e alla loro
iscrizione nella tribù romana della Galeria con i benefici che ne
seguirono.
Nel terzo libro della Storia
Naturale di Plinio sono citate come "Municipia" irpini: Aeclanum,
Romulea, Aquilionam, Abellinum. A circa 20 miglia da Aeclanum vi
era Romulea, una oppidum (Struttura abitata fortificata, dotata di mura) con una popolazione ben sviluppata e raffinata in grado di
produrre in modo autonomo manufatti molto apprezzati.
Dati i ritrovamenti sul nostro territorio, risalenti al IV e III secolo a.C.,
di fattura sannitica, greca ed etrusca si può dedurre l'importanza che tale
luogo ha avuto nel corso dei secoli.
In località Addolorata del
Comune è venuta alla luce negli anni '80 una vera e
propria necropoli sannita con numerose tombe monumentali e
principesche a camera datate V - III secolo a. C.,
decorate e stuccate all'interno, contenenti ricchi corredi e arredi funerari
(vasi in terracotta o in bronzo, armi e cinturoni anch'essi in
bronzo, fibule, strigili) provenienti dalla Magna Grecia.
Anche in località Piano La Sala sono state ritrovate tombe che a differenza di quelle ritrovate in località Addolorata sono "a fossa" e "a tegole", fornaci per la produzione di laterizi, un tempio di età ellenistica, tracce di edifici pubblici di età imperiale, villaggi di epoca bizantina.
Il sottosuolo nasconde ancora testimonianze
della civiltà sannitica. Iscrizioni latine, edicole funerarie ed altro
materiale viene continuamente alla luce nelle campagne del territorio di
Carife-Castelbaronia. Sono venuti alla luce anche frammenti di vasellame ad
impasto che attestano la presenza di un'area abitata nell'età del bronzo
(1800- 1600 a.C.).
Ebbene, Carife
pare essere proprio l'antica Romulea dei Sanniti (città
citata da Livio nel racconto delle operazioni belliche negli anni successivi
al 298 a.C. durante la terza guerra sannitica), quella città che il
valoroso popolo Sannitico, gli Irpini, con un pò di fantasia, può dirsi,
volle dedicare a Romolo di cui si ritenevano discendenti (una lupa diede
nutrimento ai gemelli Romolo e Remo).
Romulea venne distrutta dal Console romano Decio Mure nel
296 a.C.durante la terza guerra Sanntica (298-290) e tre anni prima
della ulteriore sconfitta subita dai Sanniti nella famosa battaglia di
Aquilonia del 293 a.C. di cui Tito Livio parla a lungo nel X libro delle sue
"Historiae Romanae", quando sul campo ne rimasero uccisi
24340 e 3870 ne furono fatti prigionieri.
Finchè Roma restò potente, anche il nostro territorio appartenente ad Essa ne visse la gloria e quando, poi, cadde devastata, anche le nostre terre ne subirono il destino.
Con la caduta dell'Impero Romano giunsero le prime invasioni barbariche. I Barbari devastarono la civiltà romana incendiando e uccidendo. Le contrade vennero invase dai Goti attorno al 524 a.D., dai Bizantini nel 555, dai Longobardi nel 591, condotti in Italia da Alboino, che accorparono il nostro territorio sotto il Ducato di Benevento, poi una serie di nomi, che per brevi periodi hanno governato il nostro territorio, la cui storia va approfondita altrimenti restano senza alcun senso. Nel 1122 Carife era governata da Riccardo Guarino, ucciso lo stesso anno durante una rivolta.
Negli anni fra il 1140 ed il 1150, era feudo di Riccardo II Guarino de Formari che inviò dal suo territorio alcuni volontari alla spedizione in Terra Santa organizzata da Guglielmo II, detto il Buono, per la conquista di Gerusalemme. A Riccardo II successe Raggiero, quindi Roberto nel 1190 e poi ancora Riccardo Benedetto, tutti della famiglia de Formari; quest'ultimo mantenne in eredità il feudo fino al 1266, anno in cui subentrò la famiglia Angioina col Regno di Carlo d'Angiò. Nel 1267 pare che gli Angioini donarono il territorio ad un Cavaliere giunto dalla Provenza, il de Bruveriis a cui seguirono due anni dopo Ada de Bruveriis nel 1269 e di seguito Giovanni Scotti, Ugo Scotti. Nel 1314 era proprietario un certo Marco Aiossa.
Nella prima metà del XIV secolo Roberto d'Angiò regalò il Casale di Carife alla moglie, la Regina Sancha che nel 1343 lo vendette ad un Conte, Raimondo Del Balzo, dei conti di Avellino. Nel 1375 poi, passò per via matrimoniale agli Orsini. A riceverlo fu Nicola Orsini dal quale l'ebbero poi Pietro Macedonio nel 1390, Raimondo Orsini nel 1400 (dei conti di Nola), Giovanni Antonio Del Balzo Orsini nel 1416 e Maria Donata Orsini nel 1454, moglie di Pirro Del Balzo che dopo una congiura venne privato del feudo. Nel 1497 Ferdinando D'Aragona lo affidò a Giovanni Borgia d'Aragona, Duca di Candia.
Nel 1507 un certo Ferdinando il Cattolico offrì il paese al capitano spagnolo Consalvo Fernandez de Cordova, al quale nel 1517 successe la figlia Elvira che a sua volta lo cedette a Francesco Como. Nel 1529 il feudo apparteneva alla Famiglia Como con Giovanni Angelo, poi passò nel 1571 a Francesco e nel 1581 a Lucrezia, dalla quale lo ricevette nel 1588 Laudonia Como, moglie di Fabio Capece Galeota, signore di Sorbo Serpico. Quest’ultimo vendette Carife nel 1595 per ventimila ducati ad Ottavio d’Aquino, ma tale vendita a causa dei molteplici creditori del Capece fu annullata dal Gran Consiglio di Napoli, per cui ne divenne marchese nel 1597 Ascanio Como.
Passato nel 1602 ad Alfonso Braida, primo conte di Carife dal 1605, il feudo fu nel 1621 acquistato da Giovanni Nicola Buongiovanni, seguito nel 1626 dal marchese di Pietrastornina, Antonio Mirobello, e nel 1631 dal principe di Castellaneta, Cesare Mirobello, che lo alienò a Carlo Vecchione. Costui amministrò il paese fino al 1646, anno dell’acquisizione della signoria da parte di Laura Ciaccio, vedova del beneventano Francesco Capobianco. Alla morte della madre, avvenuta nel 1649, ereditò il sito il figlio Antonio Capobianco, marchese di Carife dal 1667.
Alla famiglia Capobianco il paese rimase in possesso sino all’abolizione della feudalità avvenuta nel 1800 attraverso i nobili Domenico (1672), Giuseppe (1684), Saverio Felice (1735), Giovanni I (1788), Raffaele (1800) e Giovanni II Capobianco (1806).
Anche ai moti reazionari del 1820 i carifani parteciparono con l’apertura della vendita denominata “L’Amore della Patria”, che aveva per gran maestro il rivoluzionario Tommaso Santoro, condannato poi all’esilio a vita dalla Gran Corte Criminale di Avellino.